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La piccinina

La piccinina

Nora è la figlia più piccola di una normale famiglia a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il padre, che fa il fabbro, non è particolarmente tenero con lei, solidarizza molto di più coi figli maschi, a cui non risparmia comunque botte e cinghiate quando lo ritiene necessario. La bambina, timida introversa e balbuziente, nutre peraltro un sincero e profondo affetto per un artista, un pittore che frequenta sua madre e con lei forse ha anche una relazione. Questo affetto per il presunto rivale rende i rapporti col padre ancora più tesi. Eppure Nora, apprendista di una cravattaia - a parte una sensibilità particolare - è una bambina come tante, che l’affetto di quel padre lo ha bramato sempre e senza accorgersene ha introiettato i suoi principi e la sua morte durante i Moti di Milano del 1898 detti anche “la rivolta del pane”. Vorrebbe renderlo orgoglioso da lassù e quando si trova ad essere alla guida di qualcosa che entrerà nella storia della città, si sente inadeguata. È lei che in qualche modo infatti un giorno del 1902 dà il via allo sciopero delle “piscinine”, sfruttate senza alcun ritegno dalle Maestre. Vengono sbeffeggiate, da qualcuno addirittura compatite, ma arrivano fino alla Camera del Lavoro, riescono a farsi ascoltare e a vedere (almeno sulla carta) accolte le loro richieste. Intrecciati al racconto dello sciopero sono i ricordi di Nora, che ripercorre i suoi pochi anni, pregni di avvenimenti che la segnano profondamente. I ricordi della prima infanzia, le umiliazioni (non volontarie) subite dal padre e dai fratelli, il legame con la madre e il presunto amante di lei - il pittore Emilio Longoni - e il primo amore, devastante e devastato dall’intromissione delle amiche del cuore, quelle di sempre. Piscinine anche loro, una si darà all’Achille nella bottega in cui lui lavora restando incinta, l’altra addirittura nel tempo lo sposerà. Il rapporto con la Giovannina, figura storica reale, che la aiuta a crescere e insieme all’Emilio, diventerà in qualche modo il perno attorno a cui Nora riuscirà a costruire se stessa affrancandosi da una vita segnata, diventando una donna realizzata che ritrova tutta se stessa nel regalo che il Longoni le lascia quando muore. Il ritratto pieno di amore di una piscinina col suo Telegramma, che le farà esclamare: ”Sono io”...

Il giugno del 1902 a Milano vide la rivolta di quelle che venivano chiamate le “piscinine”: erano bambine o ragazzine, approssimativamente dai sei ai quindici anni, teoricamente apprendiste di sarte modiste e cravattaie, nella realtà sfruttate per i mestieri di casa, per consegnare gli abiti alle ricche signore, nello specifico con un’enorme scatola detta “il telegramma”, correndo anche per dieci ore al giorno da una parte all’altra della città. Spesso, troppo spesso, erano anche vittime di abusi sessuali perpetrati dai mariti delle sarte che vedevano o sapevano e facevano finta di niente. Ebbene, in quell’estate di inizio secolo, le piscinine diedero vita a qualcosa di rivoluzionario, probabilmente la prima protesta organizzata per ottenere qualche diritto, fuori dalle fabbriche e dai canonici luoghi di lavoro. Non si sa bene cosa ottennero concretamente, anche se la Camera del Lavoro accettò le loro richieste, ma da quei giorni di ribellione presero coraggio anche i garzoncelli, poco più grandi. La rivolta fu guidata dalla quattordicenne Giovannina Lombardi. Fin qui la Storia. Il romanzo di Silvia Montemurro, laureata in filologia, scrittrice eclettica, coach di scrittura, va molto oltre. A un’anteprima per la stampa organizzata in una delle piazzette più suggestive di Milano ci ha raccontato un po’ del libro e un po’ delle sue passioni. Perché ce le ha messe tutte in questo romanzo, a partire dalla copertina, un quadro di Emilio Longoni (figura importante nella vita della protagonista) che raffigura proprio una piscinina col suo Telegramma. La Montemurro ne ha una copia a casa e ci parla sin da quando era bambina. C’è una gran tenerezza che accompagna il racconto, lo sguardo di una donna che ha fatto una ricerca enorme su un fatto di cui si sa solo quello che scrissero i giornali dell’epoca, andando a spulciare archivi, biblioteche, emeroteche e quant’altro. Il linguaggio è fluido nonostante i molti aspetti che tocca. Lo sciopero certo, rigorosamente documentato e giusto un filo romanzato, ma anche quella che era la vita dell’epoca, una Milano piena di sorprese per chi pensi a quella di oggi, una città dove un figlio era solo una bocca in più da sfamare e una femmina era solo buona per fare i mestieri, “laurà” e soddisfare le voglie degli uomini. Una storia di donne, capaci di una sorellanza estrema e di ferirsi l’un l’altra senza pietà. Un racconto che coglie e sottolinea tutti gli aspetti, il lavoro la vita familiare l’amicizia l’amore e la città, appunto. Leggendolo ho pensato a quanto si sbagliano quelli che oggi parlano di un ritorno al medioevo, a quanto ignorano – ignoriamo – del nostro passato. Se non fosse per i mestieri, gli abiti e i quartieri, potrebbe essere benissimo una storia di oggi, un romanzo che, come dico spesso, ottempera perfettamente al suo compito. Una specie di catarsi per l’autrice e una spinta al lettore per cogliere come l’attualità sia figlia del passato, anche se spesso ce ne dimentichiamo.