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La piccola Hempel

La piccola Hempel

Elvira nasce il 6 ottobre 1931 a Magdeburg. Suo padre è un mezzo furfante che vive di espedienti, furti, imbrogli e sparisce di casa per lunghi periodi mentre la moglie e i figli soffrono la fame. Elvira e i suoi fratelli non hanno tempo per la scuola: devono raccogliere rifiuti ferrosi nella vicina discarica per poi portarli a “zio Pope”, un rivenditore di ferraglia che, in cambio, dà loro qualche soldo e un po’ di cibo. La famiglia di Elvira è molto numerosa. Ogni anno nasce un bambino e un altro muore oppure, come Lisa, la sorellina a cui è dedicato il libro, viene lasciato in orfanotrofio. Quando la famiglia deve abbandonare la casa perché non ci sono più denari per l’affitto, mamma Hempel si rivolge ai servizi sociali per essere aiutata. Il risultato è che i bambini vengono portati in Turingia, in un orfanotrofio dove subiscono numerosi maltrattamenti. Solo Elvira riesce a sfuggire a questo destino, ma non per molto. A quattro anni, infatti, viene spedita anche lei in orfanotrofio, ma Magdeburg, dove la mamma e la nonna possono andare a trovarla. Tra quelle mura però “non c’è amore”, la bambina soffre per un’eruzione cutanea e bagna costantemente il letto. L’anno successivo Elvira passa sotto la tutela dello Stato ed è trasferita in un nuovo orfanotrofio, a Schönebeck-Salzemen, dove è la più piccola e viene alloggiata, con altri, nella “stanza dei piscialletto”. Spera tuttavia, finita l’estate, di poter frequentare la scuola, ma le cose vanno in modo molto diverso dalle sue aspettative. Infatti viene condotta all’ospedale di Magdeburg-Sudenburg, dove è visitata dal dottor Fünfgeld, uomo senza scrupoli che la diagnostica come “debole di mente”. Per Elvira si aprono le porte del manicomio di Uchtspringe...

Elvira apparteneva a una famiglia molto indigente e tanto bastò, durante il regime instaurato da Adolf Hitler, per etichettare lei e i suoi fratelli come “elementi biologicamente indesiderabili dello Stato nazista”: oltre a quello messo in atto nei lager, un altro meccanismo, questo, di sterminio, realizzato col fine di sopprimere o emarginare - con diagnosi mediche false e devianti – “le vite indegne di essere vissute”. Scrive nella prefazione Erika Silvestri, curatrice e traduttrice del testo: “Questo libro, in cui Elvira ha raccolto la storia della sua vita, è allo stesso tempo un’autobiografia straziante e un documento di enorme importanza storica [...] le parole di Elvira sono come uno squarcio nel buio. A differenza della Shoah, non abbiamo infatti testimonianze dirette dei pochissimi sopravvissuti al programma di ‘eutanasia’ nazista”. Elvira era una bambina tedesca, come tutti i piccoli pazienti del reparto infantile speciale dell’ospedale di Uchtspringe, dove furono uccisi 753 bambini e adolescenti. Dei meccanismi perversi di questo inferno Elvira comprendeva tutto, dall’infermiera che faceva punture ai bambini giusto prima che “il signore dei morti” arrivasse a prenderli per portarli via con il suo funereo carretto, alla porta della camera a gas dalla quale nessuno faceva ritorno. Quando nel 1986, assistendo a un programma televisivo, Elvira riconobbe l’edificio in cui era stata prigioniera cominciò, con ferma determinazione, un iter per ottenere la cancellazione della diagnosi di "ritardo mentale ereditario", che aveva segnato non solo la sua infanzia ma tutta la sua vita. Nella postfazione Emmanuel Betta esamina la “storia della cartella clinica” di Elvira alla luce del rapporto problematico tra scienza e nazismo. Un’appendice raccoglie, infine, alcuni documenti, verbali e certificati redatti durante i ricoveri, su Elvira e i suoi familiari.