Banshla è un’isola al largo della costa irlandese dove gli abitanti si sostentano con la pesca, il baratto e il turismo. Da trent’anni, in cima alla scogliera, nell’ex convento di Rathglas, vive una comunità di donne chiamate Iníon, le Figlie. Sono arrivate da tutto il mondo col traghetto, una dopo l’altra, dirette al grande cancello senza guardarsi indietro. Tra di loro una il cui marito aveva ucciso entrambi i loro figli prima di togliersi la vita, due sorelle incinte dello stesso uomo che le Iníon avevano sistemato in una delle stanze più grandi, donne che avevano lasciato lavori prestigiosi e relazioni devastanti e vite che non riconoscevano più come proprie. Ogni sera si radunano sulle panchine della mensa, e una volta a settimana estraggono foglietti di carta da una vecchia teiera e discutono di paura, di arte, di eutanasia, di Gauguin e di Picasso. Su tutte loro veglia Maman, la guida che nessuna sembra capire… Nell è un’artista visiva che sull’isola campa come può tra visite guidate per turisti, manutenzione del faro e commissioni varie. Un mattino di settembre porta la bicicletta sulla spiaggia di Banshla, incide cerchi concentrici nella sabbia con un legnetto levigato dal mare, lancia il drone a verificare la prospettiva dall’alto, poi si spoglia e si getta in mare nonostante la pioggia. Quando riemerge c’è un uomo sulla riva con una piccola cicatrice sotto un occhio e una canna da pesca in mano che le dice che non dovrebbe nuotare lì. Nell risponde che sono anni che ci viene e non corre alcun pericolo. Scrive subito a Cathal del minimarket, che sa tutto ciò che succede sull’isola e che lei chiama vecchia pettegola con affetto, per sapere chi è quell’uomo. Cathal risponde durante la visita guidata del pomeriggio. Si chiama Cleary, è tornato da qualche settimana per curare un parente, e abita vicino al bosco in un piccolo cottage con la porta rossa. Quella sera, dopo qualche bicchiere di brandy, Nell sale a piedi per la collina verso il cottage, e attraverso la finestra vede Cleary seduto a un tavolo con la fronte corrugata per la concentrazione e una ciocca di capelli che gli copre l’occhio. Nell segue il profilo della sua mascella, delle labbra, notando tutto ciò che in spiaggia le era sfuggito. Intontita dall’alcol scende giù per la collina mentre cala una nebbia umida. La mattina dopo trova sotto il vaso dell’alloro accanto al portone una busta che profuma di alga, con il suo nome scritto in una grafia obliqua e un simbolo fatto con inchiostro verde al posto del francobollo. È un invito delle Iníon: vogliono affidarle un lavoro artistico a Rathglas, senza specificare il compenso, e si congedano con gli auguri di una vita inondata dalla luce delle divinità nostre sorelle. L’inverno si avvicina, il lavoro scarseggia. Nell non può fare a meno di accettare…

La pietra della strega è una pietra con un foro naturale al centro, levigato dall’erosione dell’acqua. Secondo il folklore, protegge dal malocchio e dalle streghe, porta fortuna ai pescatori che la legano alle barche, e chi guarda attraverso il foro può vedere spiriti e creature di un altro regno. Gleeson svela il senso del simbolo così: “Se guardi attraverso il buco, dovresti vedere il mondo in modo diverso. Guardare, vedere è una cosa da artisti”. Nell, la protagonista, è infatti un’artista che vive su un’isola “maledetta” da un suono misterioso, una sorta di richiamo che solo alcune persone riescono a sentire e che provoca sanguinamenti improvvisi, sparizioni, follia, uccelli morti. Quando Nell riceve un invito da Maman, guida enigmatica delle Iníon, accetta senza pensarci troppo. Dovrà conoscerle e scrivere un’opera per celebrare il loro anniversario. Le Iníon sono il cuore del romanzo. Non sono una congrega né un culto, come credono gli isolani, ma donne arrivate da tutto il mondo che hanno scelto di rifiutare il mondo esterno e costruirne uno alternativo. Ognuna porta con sé una storia di sofferenze, lutti e violenze. Sile confessa nell’assemblea serale che la sua vita precedente era “piacevole, niente di cui lamentarsi”, eppure sentiva dentro un vuoto che solo Rathglas ha colmato; Ebele è pragmatica ed estroversa e tiene tutti a distanza dai propri segreti; Aisling parla d’arte con foga, cita Leonora Carrington e Dorothea Tanning come superiori a Dalí sotto ogni punto di vista. Le Iníon sono donne che hanno smesso di chiedere il permesso al mondo per esistere. Documentarne la storia significa fare per loro quello che la storia dell’arte non ha fatto per Carrington, per Tanning, per tutte le artiste cancellate dai maestri che le circondavano. Il problema però è che nel romanzo ci sono molte cose che non tornano. Il suono misterioso viene introdotto come elemento soprannaturale e poi abbandonato; il finale, pur volutamente aperto, lascia in sospeso troppi fili da sembrare incompiuto. Ci sono scene — una notte in cui tutti le donne dell’isola sanguinano a causa del richiamo, una figura oscura che spaventa Nell — che non trovano una piena spiegazione. Per chi ama il folklore irlandese e i romanzi incentrati sulle comunità femminili — da Margaret Atwood a Sarah Moss — La pietra della strega è comunque una lettura che vale la pena, a patto di non aspettarsi risposte.