“La nostra storia inizia con una casa, diventa la storia di una casa, finisce ed è la storia di due case. Si trasforma, nel mentre, nella storia di quattro storie e nella storia di un viaggio; in entrambi i casi, però, non esistiamo più noi.” Quando si incontrano per la prima volta, non sanno che si innamoreranno. Invece sulla casa non hanno dubbi, dal primo istante. Una casa ancora in costruzione, che all’inizio è solo “un disegno sul grosso telo pubblicitario”, un rendering su un sito web. Nonostante l’agente immobiliare sconsigli loro di recarsi sui lavori troppo presto, visitano il cantiere. Lei paragona gli scavi a una necropoli egizia. Iniziano i rituali di pellegrinaggio al cantiere. Osservano la casa crescere stagione dopo stagione. Pianificano ogni dettaglio dell’appartamento futuro: cucina verde salvia, frigorifero capiente, forno ergonomico, luci calde, doccia enorme. Due mesi prima dell’ingresso piantano un glicine sul terrazzo – lei vorrebbe farlo da sola, non è la prima volta, ma alla fine cede alle insistenze di lui e chiamano dei professionisti. L’ingresso in casa diventa un “allunaggio”: lui mette per primo piede in casa, lei sbircia alle sue spalle. Esplorano la cucina finita, ordinano una pizza da mangiare per terra. Si baciano sul materasso ancora incellofanato, si elettrizzano i capelli. Ridono. Sistemano stoviglie e libreria, mescolando i loro libri, fino a non riconoscere più quale libro è di chi…

Lei e lui, eccoli. “Eccoci”. All’inizio non hanno neanche un nome – non ha importanza. Una casa, dalle sole fondamenta alle quattro mura, uno spazio da condividere che parli di loro. Una storia d’amore, la felicità. E poi il desiderio di un figlio che non arriva. La crepa. Inevitabile la fine. Eleonora Daniel, classe 1995, editor e caporedattrice, qui al suo romanzo d’esordio, traccia due linee parallele, insinuando tra le pieghe di una storia d’amore una riflessione che sfiora le diverse sfumature della “creatività”. Come ha ben spiegato l’autrice in un’intervista a “Letterate Magazine”: "[...] quello che mi premeva non era impostare una riflessione sulla maternità o sulla genitorialità mancata e sul presente. Per me La polvere che respiri era una casa è un romanzo sulla capacità di concepire, di creare: una casa come un figlio, come una storia. Sono tutti gesti costruttivi, che in quanto tali implicano l’introduzione di un soggetto terzo (l’oggetto creato), l’uscita dalla coppia.” La Daniel parla effettivamente di storie, al plurale, e della loro genesi. C’è la storia di lui e di lei, insieme. Poi la storia si biforca, c’è una fuga, un abbandono. Ci sono i (bei) racconti che i protagonisti scrivono per il bambino, o per non pensare al bambino (ma poi avrà davvero importanza il perché?), incastonati nel racconto principale. Una spinta necessaria, forse in parte salvifica, o almeno un tentativo di mettere ordine e senso in ciò che va disgregandosi. Il romanzo si compone di brevi e brevissimi capitoli in cui il “noi” iniziale si trasforma, si alterna alla lente che inquadra i singoli, alle voci di Riccardo e Margherita. I nomi li scopriremo, non a caso, quando il “noi” non ci sarà più, in quel momento che la Daniel decide di porre al centro del romanzo, quando si smette di capirsi, di guardare nella stessa direzione. Quando forse ci si odia un po’. E si tenta, si inciampa, ci si paralizza. Imperfetti e fallibili. La casa del titolo, la vita condivisa, torna ad essere “polvere”, ricordo di ciò che è stato, fantasma di ciò che avrebbe potuto essere. Cosa succede in quel momento? (“...siamo andati a finire sempre nello stesso luogo e da nessuna parte, sempre al punto di partenza e da nessuna parte e sempre più lontani, e il nostro mondo è diventato una trottola impazzita che schizza ovunque e noi senza smettere di guardarci ancora provavamo a camminare ma ci girava tutto e addio orientamento, e abbiamo iniziato a fare passi indietro senza sapere come riallacciarci, con le mani prima tese poi morte, e se provavamo a correrci incontro la strada come un nastro infinito srotolava tra noi altra strada infinita...”). Soprattutto: che senso ha? Cosa rimane? Una scrittura, quella di Eleonora Daniel, fatta di passaggi dolcissimi e attimi di dolore quasi asfissiante: studiata, precisa, efficace, mai superficiale. Una prosa in cui ogni scelta – parole, ritmo, punteggiatura – ha un peso specifico. Davvero un ottimo esordio.