Salta al contenuto principale

La prima volta che il dolore mi salvò la vita

primavoltadoloresalvovita

“A poco a poco/la luce primaria si smorza e muore / e la nera cortina / si dispiega davanti ai miei occhi”. L’Islanda e il suo paesaggio scuro e freddo, abituato a vedere il sole eruttare in terre lontane, dove le case non sono “tartarughe fossilizzate” e polverose e in raggi di sole non sono costretti ad infilarsi solitari dentro le finestre di cieli perennemente dilatati e coperti, anche “di chiazze dello sperma di dio”. Un’isola difficile e dal fascino che incanta, fatta di natura e con una capitale in cui allontanarsi dalla solitudine e imparare “il ronzio della vita notturna / e la cultura”. Un “panorama di case”, i “vicini anonimi / e il silenzio / che non c’è mai”, dove è confluito “il cemento di tutte le campagne”. Non resta che fuggire, quindi, forse, “credo…”, allontanarsi dall’asfalto grigio e impegnativo della città, verso l’amore, verso un “abbraccio che si apre / ancora / e / ancora”, verso un equilibrio che si fa fatica a trovare soprattutto “quando scendi da un altro letto / dopo le menzogne della notte”. Perché la notte islandese può sembrare perenne soprattutto nei mesi più freddi dell’inverno, quando si attende il giorno in cui la primavera lancia il segnale “per mandare avanti la vita a calci”…

In questo volume sono raccolte le poesie scritte e pubblicate in Islanda dal grande romanziere islandese dal 1988 al 1993 con l’aggiunta di sette poesie che - a detta dello stesso Stefánsson - come “pecore rimaste indietro durante la cerca” dovevano essere riportate all’ovile. Alcune di esse, continuando con la metafora ovina, sono agnelli che sembrano lasciare tracce delicate al loro passaggio, altre, invece, montoni dal forte sentore che non si riesce a ignorare. Spesso la punteggiatura viene totalmente dimenticata, trasformando i versi in flussi continui che potrebbero trovare una continuazione nelle pagine successive. Veri e propri movimenti poetici che sembrano avere la funzione di terminare ciò che è iniziato con il titolo; come ad esempio il senso della vita, “mica facile trovarlo / infatti / da me non si fa trovare”. Più che poesie, infatti, sembrano brevi constatazioni, veloci aforismi sulla realtà, sulle poche persone conosciute che fanno antipatia, sulle lapidi che verranno dedicate ad un presunto homo sapiens, sui giorni che passano tutti diversi…o forse no? La forma breve aiuta però quando ci si trova di fronte a passaggi un po’ contorti che necessitano il classico andirivieni dell’incomprensione (“finalmente / saturata l’oppressiva voragine del silenzio / la cultura ovina dei casali di torba sepolta / una volta per tutte nel passato / l’ignoranza d’ora in poi / ci perseguiterà solo in sogno”). Ammette lui stesso nella simpatica e biografica prefazione che tra le prime critiche alla sua prima raccolta di poesie c’è quella, sicuramente pesante per ogni scrittore alle prime armi, di aver sprecato forse troppa carta per la stampa. In effetti, graficamente, di spazi ce ne sono molti ma più che uno dispendio di cellulosa sembrano marcare la giusta pausa da fare tra l’incedere ritmato e rapido della lettura.