Nella stanza ci sono solo Émile e sua madre. Quando il feretro del padre entra su un carrello, l’uomo non può fare a meno di pensare a quello dei dolci al ristorante. I becchini sono tre, malvestiti, poco dignitosi, privi di solennità: sembrano tre buttafuori. L’uomo scaccia un sorriso. Fuori piove. Il crematorio, il parco, gli alberi, i fiori sulle tombe, il giardino cimiteriale accanto a uno specchio d’acqua… tutto puzza di ricordo. Émile propone alla madre di andare e vedere i pesci. Camminano lentamente, lei appoggiata al suo braccio e lo sguardo basso per non mettere il piede in fallo. Nella vasca, una carpa dorata si muove tra le ninfee. Lui la indica, ma la madre sostiene che non c’è niente. Lui allora la stringe a sé e le indica i movimenti del pesce seguendoli con un dito, ma anche se si sforza, non vede nulla. I suoi occhi esprimono solo silenzio, le labbra tremano. Un altro morto li precede: decine di auto, un lutto in grande. La madre si siede su una panca nel corridoio della sala delle cerimonie. Émile rimane in piedi, vorrebbe uscire: l’ha accompagnata, ma non entrerà. Va a rileggere l’elenco delle cerimonie previste il 23 aprile: la bara è attesa alle ore 14.45. Il nome del padre, André Choulans, gli appare estraneo su quella lista ordinata che ricorda gli orari sul tabellone degli arrivi e delle partenze dei treni. Una donna li raggiunge, chiede se sono lì per un defunto, verifica il nome e si informa se aspettano qualcun altro, ma la moglie e il figlio di Émile non verranno. Li fa entrare nella sala, è immensa, con decine di sedie. La madre si mette davanti, fissando la porta da dove entrerà il morto. Lui si accomoda alla sua destra e comincia a disegnare a carboncino sul quaderno degli schizzi: la stanza, i dettagli, la porta, un quadro… Lei è inquieta, torna a chiedere del pesce. Lui annuisce e passa a disegnare la madre: le scarpe consumate, le mani, la pelle con le vene, i capelli grigi, il suo vestito del lunedì. Non ha indossato il cappotto nero “da cimitero”: suo marito è morto e lei ha preferito un cappotto di pelliccia chiaro indossato solo due volte. Quando la porta si apre, Émile chiude il quaderno. La bara non gli piace: per la sua semplicità e il materiale gli sembra un imballaggio di cartone. L’ha scelta sua madre e in fondo ha avuto ragione: perché gettare nel fuoco una cassa di legno, il raso bianco, una targa dorata e la croce?

La professione del padre, dello scrittore e giornalista francese Sorj Chalandon, si apre con il funerale di André Choulans, un uomo che il figlio Émile ha ammirato e temuto in egual misura. La vicenda si svolge in una cittadina di provincia negli anni Sessanta e prosegue fino ai giorni nostri, mettendo in scena un individuo – di volta in volta ex campione di judo, paracadutista, cantante e calciatore di successo, spia, eroe di guerre lontane, persino consigliere speciale del generale de Gaulle – carismatico, manipolatore, imprevedibile, capace di trasformare la vita familiare in un intrico infernale di avventure e punizioni spietate. Organizza sessioni di ginnastica notturne, missioni di spionaggio per coinvolgere il figlio in imprese impossibili, così che ogni giorno diventa per lui una prova di lealtà e di coraggio: Émile, che soffre di una forma di asma “da spavento” e che ha un padrino che non ha mai visto – un’americano, eroe della Seconda guerra mondiale tornato in Francia per unirsi all'OSA e riportare l'Algeria sotto il controllo francese – esegue gli ordini con una serietà quasi militare, subisce punizioni fisiche, ore di reclusione nell’armadio della camera dei genitori, “la casa correttiva”. La madre di Émile lavora per la Société des Transports en Commun, è l'unica ad avere un lavoro e dei colleghi, ma rimane una figura sottomessa e immobilizzata dalla paura; osserva tutto senza intervenire, le sue parole ripetono sempre la stessa scusa: “Sai com’è fatto tuo padre…”, come a legittimare il suo comportamento e a giustificare l’isolamento in cui vivono e le botte. La prospettiva di Émile in prima persona mostra tutto attraverso gli occhi di un bambino che cerca di comprendere la realtà, senza riuscirci davvero. Chalandon, non indulge in sentimentalismi: lascia emergere la complessità dei legami familiari attraverso azioni e gesti concreti – lettere anonime, pistole, walkie-talkie, compiti spionistici, il coinvolgimento di Luca, l'unico amico che Émile riesce a farsi a scuola, smarrito quanto lui, che pagherà il prezzo più alto… La scrittura, asciutta e precisa, mescola tensione e poesia, rendendo palpabili emozioni e conflitti. Le frasi misurate, i dettagli sempre significativi, la drammaticità dei dialoghi trasmettono tensione e malinconia nello stesso tempo. La narrazione, che oscilla tra commedia e tragedia, descrive anche il mondo che circonda la famiglia: eventi storici come la guerra d’Algeria, la Guerra Fredda e l’assassinio di Kennedy si mescolano alle leggende personali del padre e alla vita quotidiana di Émile, amplificando il senso di assurdità. Eppure, sotto questa apparente follia, emergono rari momenti di fragile dolcezza: gesti di protezione, attimi di complicità tra madre e figlio, piccole resistenze alla tirannia paterna, che illuminano l’umanità dei personaggi. La professione del padre non è solo la storia di un’educazione segnata dal terrore e dall’inganno, ma anche un’indagine profonda sulla memoria e sui legami familiari, sulla fascinazione e sulla paura che possono convivere nello stesso cuore. Il finale chiude il cerchio tornando al punto di partenza: negli ultimi capitoli Émile, che ora è diventato restauratore di quadri, si è sposato e ha avuto un figlio a sua volta, ritrova il padre malato e si sente pronto a raccontare ai medici tutto ciò che ha subito negli anni. Proprio questa confessione, finalmente libera dal timore, trasforma la memoria dolorosa in un racconto necessario. Non solo gli restituisce dignità, ma lascia il lettore sospeso tra incredulità, compassione e rispetto per la resilienza e per la sua capacità di non farsi sopraffare dall’odio.