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La psicologia del giocatore di scacchi

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Narcisismo, egocentrismo, organizzazione, cattiveria ed aggressività sono le doti innate degli “eroi” degli scacchi, quelli che si realizzano soltanto intorno e dentro una scacchiera. Il primo fra tutti è stato Howard Staunton, classe cristallina, ma anche un talento innato per emergere in ogni campo avesse deciso di cimentarsi. Non a caso smette di giocare a scacchi quando, 1851, è sconfitto nel torneo di Londra, da lui stesso organizzato. A sconfiggerlo fu uno spirito completamente opposto a quello di Staunton, Adolf Anderssen, mite insegnante tedesco che, a causa del suo lavoro, dovette rinunciare spesso a tornei internazionali di grande prestigio. Ma pochi anni prima Staunton aveva incrociato, sebbene mai sulla scacchiera, un giovane prodigio, Paul Morphy, che successivamente spopolò a Londra nel 1853 e poi decise di ritirarsi perché nessuno accettava più le sue sfide. Giovanissimo Morphy morì vittima delle sue psicosi e soprattutto del suo talento. Ma il ‘900 è stato segnato da due eminenti personalità che offuscarono due altrettanto grandi, ma miti, scacchisti: Lasker e Capablanca nulla possono in quanto a carisma rispetto a Alexader Alechin e Bobby Fischer. Tanto indolenti e passivi i primi, così sanguigni e imprevedibili i secondi, accecati dalla furia scacchistica e per nulla interessati a quello che avveniva fuori dalle 64 caselle. Per loro importava soltanto imporsi, e nel modo più violento possibile. Perché alla fine non è importante vincere, ma come si vince: possibilmente umiliando l’avversario, mettendo alle corde il suo re, annientandolo fisicamente e psicologicamente. Un mondo crudele, dominato da personaggi che si nutrono di quella scientifica crudeltà…

Che gli scacchi non siano un semplice passatempo, si sapeva da prima di aver letto il celebre saggio di Reuben Fine; così come si sapeva che entrare nella testa di un uomo, per di più giocatore, anzi Grande Maestro, di scacchi è una sfida contro ogni logica umana. Fine è stato maestro di scacchi e psicanalista: la sua antologia di giocatori punta a ricostruire in modo scientifico quella che scienza non è, il gioco degli scacchi. Il saggio di Fine non è banale, anzi al contrario permette un’esplorazione precisa, per quanto datata (scritto nel 1956, ma pubblicato da Adelphi per la prima volta nel 1976 e poi più volte ristampato) dell’universo scacchistico e di chi lo attraversa. Il libro è composto da tre parti: al nucleo centrale concepito per la pubblicazione del 1956 contenente le biografia narrate dei primi grandi campioni mondiali di scacchi, sono state aggiunte in seguito due “monografie”, concepite dopo l’epica e celebre sfida di Reykjavík (1972) fra Boris Spassky, campione in carica, e Bobby Fischer, campione in ascesa, e dedicate proprio a questi personaggi controversi e contrapposti, per indole e per quello che culturalmente rappresentavano al culmine della “guerra fredda”. Il saggio è illuminante perché rappresenta la prima sistematizzazione, oltre il mito, delle biografie di celebri campioni del gioco, classificati secondo Fine in “eroi”, quelli per cui gli scacchi erano semplicemente la vita, ed “anti-eroi”, quelli per cui gli scacchi sono stati soltanto uno dei tanti campi di interesse e successo.