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La ragazza d’aria

La ragazza d’aria

Settembre 2015. Aryna Tibuleac, quindicenne di origine romena, è al suo primo giorno di liceo. Seduta all’ultimo banco, accanto alla porta, osserva la classe come se fosse un gioco crudele: i compagni si alzano e si siedono a turno per presentarsi, simili a talpe che spuntano dal terreno per poi essere colpite da un martello invisibile. I rumori le arrivano ovattati, le voci non sono distinguibili. Aryna è paralizzata dall’ansia, il corpo reagisce prima della mente: sudore, mani che tremano, nausea, un brusio costante nelle orecchie. Quando arriva il suo turno, l’ansia esplode. Si alza troppo in fretta, urta il banco, parla velocemente, quasi senza respirare. Dice il suo nome, la sua età, il fatto che vive a Torino e che ha un cane. Si risiede subito, sperando che nessuno le rivolga altre domande. L’insegnante, Mariangela Baldacchino, però insiste: chiede la pronuncia del cognome, il luogo di provenienza, da quanto tempo è in Italia. Aryna risponde a fatica, con la gola secca, mentre la classe ride e l’insegnante fa commenti superficiali sulle sue origini e sulle sue capacità linguistiche. Ogni domanda è una pressione in più, ogni sguardo un peso insostenibile. Il corpo cede. Aryna perde conoscenza durante l’interrogatorio informale e si risveglia nell’infermeria della scuola, distesa su un lettino. Una bidella le parla con un misto di praticità e distacco, le offre una bevanda zuccherata e registra l’episodio come attacco di panico. Aryna rifiuta di chiamare casa: i genitori lavorano, ma soprattutto lei prova vergogna. Dopo essersi ripresa, viene lasciata andare. È l’intervallo e Aryna vaga per i corridoi affollati, evitando chiunque possa riconoscerla. Si rifugia nella biblioteca scolastica, uno spazio silenzioso e protetto. Qui incontra una bibliotecaria gentile, che le spiega le regole del prestito con entusiasmo. Aryna prende in prestito Memorie di una geisha, libro che la attrae per il volto femminile in copertina e per la promessa di una vita altra, lontana. Scrive il suo nome per il prestito e avverte quanto quel nome le pesi addosso, come una montagna difficile da portare. Finita la giornata scolastica, Aryna prende l’autobus verso Torino. A casa, ad accoglierla c’è Ghost, il suo cane lupo, presenza rassicurante e silenziosa. C’è anche Diana, la sorella minore di dodici anni, immersa nel suo mondo fatto di videogiochi, cuffie e distrazioni…

Un romanzo che si muove con passo leggero e doloroso insieme, come la sua protagonista. Andreea Simionel, nata in Romania e arrivata a Torino nel 2007, torna a interrogare il tema dell’identità e dello spaesamento con una scrittura ormai riconoscibile, dopo Straniera vita e Male a est. Con questa nuova storia l’autrice compie un ulteriore salto di maturità, affidando il racconto a una voce fragile, trattenuta, e proprio per questo dirompente. Simionel racconta con precisione chirurgica il rapporto feroce tra corpo e sguardo: lo sguardo dell’insegnante, quello dell’istituzione scolastica, capace di trasformare una semplice presentazione in un interrogatorio identitario. E poi quello di tutti gli altri e, soprattutto, di se stessa. L’identità è il cuore pulsante del romanzo. Il nome da pronunciare, il cognome da spiegare, il luogo di provenienza da giustificare: ogni dettaglio diventa una prova da superare, un’esposizione forzata. Aryna è costretta a raccontarsi prima ancora di potersi conoscere, e il suo silenzio non è debolezza, ma una forma di difesa. In questo senso, La ragazza d'aria è anche un libro sul peso di essere “straniera” in modi che vanno oltre la geografia: straniera nel corpo che reagisce, nella lingua che tradisce, nello spazio pubblico che osserva e giudica. Accanto alla violenza sottile della scuola e degli sguardi, Simionel costruisce con grande delicatezza i luoghi del riparo. La biblioteca scolastica, i libri. Anche la casa, pur attraversata da tensioni e precarietà emotive, offre momenti di resistenza: il cane Ghost, presenza muta e fedele, e la sorella Diana, con cui Aryna condivide rituali semplici e intensi, come guardare Twilight al buio, fingendo di deriderlo per non ammetterne il conforto. La forza del romanzo sta nella capacità di raccontare la fragilità senza mai spettacolarizzarla: la fragilità del corpo e quella dell’anima. La scrittura di Simionel è sobria, precisa, attraversata da immagini corporee e sensoriali che restituiscono l’esperienza dell’ansia e dello spaesamento con autenticità rara. Non c’è compiacimento nel dolore, né ricerca dell’effetto: tutto è misurato, necessario, aderente alla voce della protagonista. La ragazza d’aria è, in definitiva, un romanzo sulla resistenza silenziosa. Parla della forza nascosta di chi non smette di restare, di chi impara a respirare di nuovo dopo il crollo, di chi si lascia attraversare dal vento senza spezzarsi. Andreea Simionel consegna ai lettori una protagonista dolente e vulnerabile, ma potentissima, e firma un libro che riesce a essere intimo e universale insieme, raccontando con lucidità e compassione cosa significa cercare un posto nel mondo quando il mondo sembra non avertelo previsto.