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La rappresaglia

La rappresaglia

Quando se la sono trovata davanti così, senza nessun preavviso, mentre si sistemano ad Acquafredda dopo un lungo viaggio notturno, a piedi ed infreddoliti, col timore di essere braccati, non hanno esitato a farne una prigioniera. La trovano alcuni uomini in perlustrazione, mentre gli altri stanno sistemando le stanze per un soggiorno difficile da definire. Una donna, quello il trofeo che porta eccitato il perlustratore Franzè, scortato dal suo inseparabile fucile: una donna che avevano peraltro già visto nelle settimane passate trafficare nei campi vicini, quelli dei Sallesi. Molti, fra cui Annaloro, non sanno bene cosa farne; altri sono attraversati da cupi pensieri che però Vanzi, arrivato al momento giusto, placa. La donna resta viva, poi si deciderà. Ma la donna, la Rossa, perché partigiana, non è sola: è incinta. Le viene assegnata una cella: la notte la trascorre lì, di giorno siede vicino al camino con i suoi carcerieri che non sanno bene neppure come comportarsi. Tutte le mattine la Rossa si fa trovare pronta ad uscire, già mentre la porta si apre: non vuole mostrare nessun segno di debolezza, non vuole cedere nemmeno un istante del suo privato a quegli uomini. Loro, gli uomini, sono sempre impacciati, perché ogni loro parola e ogni loro provocazione è rintuzzata con prontezza: non sanno bene come trattare con questa donna di cui non conoscono nemmeno il nome e che non appare minimamente intimorita né dai loro modi né dall’inevitabile futuro che l’aspetta.

Iniziato probabilmente alla fine degli anni Quaranta, ma pubblicato postumo dopo un rifiuto di Bompiani, La rappresaglia è opera della scrittrice Laudomia Bonanni, tanto scomoda, quanto premiata: Amici della domenica del salotto Bellonci nel 1948, premio Viareggio nel 1960, premio Selezione Campiello nel 1954, terzo posto allo Strega nel 1979. Scomoda perché, come nel romanzo in questione, non cerca compromessi o assoluzioni, ma racconta storie, soprattutto di vinti dalla storia, che altrimenti andrebbero perse. E sono spesso storie al femminile, quelle meno note, eppure le più significative. Ne La rappresaglia è una donna, la Rossa, che fronteggia con dignità, i suoi carcerieri e poi giudici, una squadraccia fascista in fuga nell’inverno abruzzese del 1943. Emerge il carattere di una donna indipendente, di una donna capace di sentimenti, ma non di perdono: si fa beffa dei fascisti, li affronta sul loro terreno, parlando alla pari, facendo vacillare le loro certezze. C’è un attimo di pietà ultramondana, ma è un attimo che dona il senso di una esistenza, mentre si stanno gettando le basi per un nuovo futuro di lotte, la sua bambina, appena nata, già orfana. È una pietà che illumina la dignità di una vita come le stelle notturne un arco di cielo in una notte nera, quelle stesse stelle che la donna vedrà per l’ultima volta. «Sì, questa orribile femmina che hai davanti ama l’umanità più di voi». Lo stile di Laudomia Bonanni è un graffio profondo che si fissa sotto la pelle, senza che si possa rimarginare: asciutto, crudo, diretto, essenziale. Non allude mai, ma raccoglie sofferenze e sentimenti in pochi particolari, li lascia affiorare in pochi segnali inequivocabili, senza mai evocarli direttamente.