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La regina dei buffoni

La regina dei buffoni

Un grande sipario rosso si muove, scosso da una corpulenta figura che cerca di farsi strada: è un buffone di corte, elegante nella sua elaborata parrucca grigia e nel suo sgargiante vestito rosso. Il buffone si aggiusta un capello fuori posto e poi estrae una bacchetta dalla bocca, pronto a dirigere un’orchestra immaginaria che sta suonando. Al suo segnale il sipario si spalanca del tutto e appaiono altri buffoni, impegnati in una complessa coreografia, con balli, salti, ruote e soffio di bolle tramite una cannuccia. Lo spettacolo comprende anche la capriola di un ultimo buffone, che poi dà il La ad una fila di braccia tese e mani spiegate a indicare la spettatrice dell’intera esibizione: la regina Jacqueline, una bambina vestita d’azzurro che siede su un’ampia poltrona in mezzo alla radura e si congratula con i suoi giullari per l’esibizione. Niente però è come sembra: da una pagina all’altra il variopinto e gioioso mondo di Jacqueline si trasforma nel grigio mondo di Jacques, la stessa infanzia assume un’altra prospettiva, perché Jacques non può giocare con le bambole che raffigurano i suoi buffoni, viene preso con la forza da una minacciosa figura adulta e portato nei campi a lavorare e guadagnarsi la giornata…

Questo fumetto è il tipico caso di “opera con un messaggio”, in cui la storia ha un’evidente morale dietro: se non nella conclusione, sicuramente nello svolgimento e nell’ambientazione. La vicenda di Jacques/Jacqueline è un perfetto apologo sull’importanza di accettare le diversità e sui pericoli che comporta il fanatismo delle idee, nonché sull’immaginazione come metodo per scappare da un mondo che rifiuta e viene rifiutato. Se fosse solo questo però non sarebbe così interessante. La particolarità è data invece soprattutto dalla forma in cui l’opera è realizzata: i colori della fantasia in cui vive Jacqueline sono veramente sgargianti, le forme così morbide, le ambientazioni così appariscenti, che non si può che rimanere stupiti a fissare ogni vignetta e ogni pagina; l’accostamento con la grigia realtà acuisce ancora di più il contrasto. Inoltre è davvero degna di nota la capacità di costruire dialoghi e di trovare ritmo e inquadrature interessanti nel susseguirsi delle vignette e nei momenti clou, come il terrificante finale, che farà sicuramente ammutolire qualunque lettore.