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La regina nepalese

La regina nepalese

23 maggio 1948. Il professor Théodore Horni dell’Università di Zurigo convoca nel proprio ufficio un giovane e promettente assistente per proporgli di accompagnarlo durante la spedizione in Tibet che ha organizzato per l’estate. Rifiutare una simile opportunità è impossibile. L’obiettivo è approfondire la conoscenza scientifica dei templi più arcaici nella parte centrale della regione, ma data la situazione instabile nel territorio è arduo per il giovane studioso rassicurare i genitori e la fidanzata circa la spedizione. Una volta sul posto il suo compito preciso, dovuto specialmente alle sue abilità nell’alpinismo, consiste nello studio di un antico edificio in alta quota, segnalato nel 1924 dal professor Giuseppe Martini in prossimità del lago Srin-mo Tso, Lago della Demone. Il viaggio è massacrante, ma il sito si rivela meraviglioso e a rendere l’esperienza ancora più suggestiva l’incontro con una giovane del posto che si rivela una guida piena di sorprese. Sulla sommità di una parete verticale è celata una caverna al cui interno occupa il posto centrale un altare con resti di fiori secchi e una magnifica testa di Buddha, una scultura nepalese dell’epoca Lichavi. Allontanata la bella nomade, il giovane studioso individua un foro sulla cima della testa, chiuso da un sigillo di cera. La testa di Buddha si rivela essere il contenitore di un fragile manoscritto composto da pagine sottili su cui è stata fissata una scrittura minuscola. Pur combattuto decide di tenere per sé la scoperta e di dedicarsi al suo studio tornato in Svizzera. Il professor Horni ne resta all’oscuro. Il testo è il diario della principessa Bhrikuti Devi, figlia del re Amshuverma del Nepal. Nata presumibilmente nel 624 d. C. e divenuta moglie a sedici anni di Songtsen Gampo, re del Tibet. Il testo, scritto in tredici giorni (13 è simbolo tibetano di buon auspicio e prosperità), è complesso da tradurre e terribile nelle sue rivelazioni. Bhrikuti Devi è esortata a scrivere la storia della sua vita da Anu, confidente e amico, “senza nulla omettere o cancellare”, al fine di riuscire a vincolare per sempre la Grande Demone...

“Il bambù è la chiave del lucchetto della mia vita”, con questa dichiarazione la leggendaria principessa nepalese, divenuta regina del Tibet e portatrice della Legge di Buddha nel Paese delle Nevi, com’era chiamata la regione, affronta con perizia la singolare richiesta dello studioso Anu Tringpo Gyeltsen, colui che ha portato l’alfabeto nella regione adattandolo e aggiungendo lettere per trascrivere la lingua tibetana. Lo studioso e scrittore Bernard Grandjean (Strasburgo 1946) ha infuso nel romanzo tutta la sua passione per la storia e le suggestioni legate al Tibet, mescolando eventi documentati e immaginazione e trasformando le vicende che ruotano attorno alla misteriosa figura della saggia principessa Bhrikuti Devi in un romanzo in cui trovano posto macchinazioni politiche, intrighi, spiritualità, amori clandestini e legami di incrollabile lealtà. Le figure che animano la storia sono strettamente legate al territorio in cui abitano, alle sue origini e ai demoni ancestrali che ne determinano la prosperità o il decadimento. Riuscire a sradicare superstizioni e malefici sostituendoli con la Buona Legge del Buddha è impresa ardua e richiede sacrificio. Il Tibet ha una storia travagliata alle spalle, fatta di autonomia difesa strenuamente e conquiste, fino all’annessione forzata alla Cina nel 1950, con l’esilio del Dalai Lama e del Governo tibetano nel 1959, in seguito alla tragica rivolta scoppiata nella capitale, Lhasa, per riconquistare l’autonomia. Gli eventi del romanzo, suddiviso in 13 giorni, vengono narrati all’interno della cornice di una scoperta archeologica, i cui esiti sono sia di conoscenza che di morte. Ogni cosa ha un prezzo.