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La Regola di Santa Croce

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È già novembre, ma l’estate in Puglia dura ancora. Non è un bel periodo per Chicca, il maresciallo dei carabinieri Chicca Lopez, ventinove anni, piccolina, capelli scuri. Dopo il caso difficile e delicato, che pure ha risolto brillantemente, non ci sono stati premi o complimenti per lei, anzi, è stata spostata dal Nucleo Operativo e assegnata alla tutela dei Beni Culturali e del Paesaggio; i superiori non apprezzano il suo carattere deciso e testardo, men che meno l’ostinazione a fare sempre di testa sua che spesso la mette nei guai. Nel periodo di forzato riposo ha preso in affitto una casetta di pescatori a Porto Badisco e si dedica a piccoli lavoretti di sistemazione, godendosi il colore del mare e il profumo degli alberi e delle piante. Difficile non pensare però, in quella beata solitudine, a tutte le ferite che si porta addosso, a cominciare da quella più dolorosa che le ricorda di continuo di essere stata abbandonata da sua madre quando era piccola – forse anche lei non l’aveva più voluta, come suo padre che mai l’aveva riconosciuta -, fino a quella più recente, la storia finita male con Flavia. Una mattina, all’alba, sente una canzone dolce e il suono della fisarmonica e dalla finestra vede Carmine, un suo amico che, durante una gita al mare, le ha lavato di dosso un po’ dello sporco pesante accumulato durante l’indagine appena conclusa. Si dev’essere fatto qualche idea sbagliata, lei ora non è in grado di cominciare una nuova storia, sta ancora rimettendo insieme i pezzi di se stessa. Al mattino lui è ancora lì, con i suoi ricci neri e il suo sorriso aperto. Chicca gli parla apertamente, anche se lui le piace. Carmine sembra capire, e quando le propone di andare con lui a Lecce, perché vuole mostrarle “un pezzo di paradiso”, lei risponde sicura “Sciamu”. Il ragazzo, che è titolare di una impresa di ristrutturazioni, le rivela di aver avuto in subappalto un lavoro per rinforzare la struttura di Santa Croce, la basilica nota in tutto il mondo come il gioiello del barocco leccese, e restaurare alcune parti in pietra locale. Carmine sale con Chicca ai vari livelli del ponteggio per regalarle un’esperienza unica e decisamente straordinaria, guardare a pochi centimetri i decori barocchi della magnifica facciata ricca di allegorie, di angeli e demoni, e ascoltarlo raccontare della sirena bicaudata, delle cornucopie, dei talamoni, del grandioso rosone. È certamente uno sguardo privilegiato e ben diverso da quello consentito alle migliaia di turisti che arrivano ad ammirare la basilica da tutto il mondo, e uno strappo alla regola rigida imposta dalla Sovrintendenza è la possibilità che Carmine le offre di scattare fotografie così da vicino. Una sera, mentre sta ancora provando a sbollire la rabbia dopo la conversazione del mattino con il colonnello Manin, che non ha alcuna intenzione di farla tornare al Nucleo Operativo come lei vorrebbe, Chicca nota un particolare tra i fregi in pietra bianca, sulla copertina di un libro, la Regola Benedettina, sono incisi con un punteruolo tre nomi e una cifra, “Eva Renzo Cesare 499”. Come al solito il maresciallo parte in quarta, telefona a Carmine e lo travolge “con un fiume di improperi pronunciati in dialetto stretto”, poi gli annuncia che ha intenzione di mettere i sigilli al cantiere “per danneggiamento al patrimonio storico e artistico, articolo 733 del Codice Penale”. Così impara a mettere al lavorare a Santa Croce dei vandali maledetti. Ma è davvero così? A quando risale veramente quello sfregio? A chi appartengono quei nomi? Cosa significa quel numero? Il maresciallo Lopez non sa ancora che è solo all’inizio di una indagine che la porterà indietro nel tempo, tra sparizioni e omicidi rimasti senza soluzione. Almeno fino ad oggi…

Nella seconda indagine della salentina Chicca Lopez – il maresciallo dei carabinieri che è il personaggio letterario più giovane di Gabriella Genisi, già autrice della fortunata serie del commissario Lolita Lobosco divenuta di recente una fiction televisiva per Rai1 – per i lettori, che si sono affezionati anche a questa testarda ventinovenne sempre pronta a gettarsi anima e corpo nelle indagini, anche contro il parere de superiori, ecco un cold case da sbrogliare con intuito e perseveranza. A bordo della sua potente Triumph Bonneville, seguendo tracce sbiadite tra luoghi bellissimi e senza tempo, Chicca si incaponisce nella risoluzione di un giallo vecchio vent’anni, attraverso segreti sepolti, passioni violente, amicizie adolescenti e fatali promesse d’amore, in un Salento assolato e misterioso, scenario di feroci guerre tra clan per il controllo del contrabbando, quando molte cose stavano cambiando, in peggio ovviamente, con il mercato di armi e droga a mettere in secondo piano quello di sigarette e la definizione sempre più chiara del potere crescente della Sacra Corona. In un quadro così delicato si incastona una storia maledetta di amore e morte che si sviluppa intorno ad una figura femminile fascinosa quanto ambigua e contrastante. Tutto sembra ricondursi, infatti, ad una ragazzina, poi diventata donna, biondissima, bellissima, “selvatica”, paradiso e inferno per chiunque le si avvicini, talmente bisognosa di colmare un vuoto di amore e attenzione da fagocitare anche l’anima di chi fatalmente si leghi a lei. L’amore può avere tanti volti diversi, passione devozione amicizia, ma con donne come lei non vi è comunque scampo dalla distruzione. Per rimettere insieme i pezzi di questa storia, trovare le risposte a domande che non le hanno mai avute, dare finalmente sepoltura ad un corpo scomparso e concedere pace ad un colpevole, per certi versi già morto da tempo, il maresciallo Lopez deve condurre un’indagine in cui crede soltanto lei, più solitaria che mai e costantemente alle prese con i suoi fantasmi. Conoscere Eva, la donna dal fascino pericoloso, angelico e diabolico allo stesso tempo, significa per Chicca trovarsi di fronte alle sue stesse fragilità, alle sue stesse paure, proprio nel momento in cui, con la risoluzione del caso, sembra che anche per il suo passato ci possa essere finalmente qualche punto fermo da mettere. Un patto di sangue, nato dalla fascinazione del male e dai sentimenti assoluti tipici dell’adolescenza, all’origine di questo poliziesco efficace e suggestivo che ad ogni riga trasuda bellezza, quella dell’arte barocca, dei paesaggi mozzafiato, del mare e dei suoi scogli, la bellezza abbacinante del sole, quella splendente della pietra bianca leccese, quella senza tempo delle torri costiere, la bellezza di una terra magica e affascinante, misteriosa e pericolosa, morbida e accogliente ma anche dura e spietata. Leggere questo romanzo, come il precedente Pizzica amara, è fare un viaggio emotivo e sensoriale attraverso i profumi della terra pugliese e quelli della sua cucina, è sentire l’odore del sole e del vento, del mare e della campagna, dei pasticciotti e delle frise. È conoscere scorci poco noti al turismo di massa, è sapere dei nove paesi dove si parla ancora il griko, è immaginare i colori spettacolari della cava di bauxite e conoscere leggende e tradizioni le cui origini si perdono nel tempo. Difficile che a questo viaggio virtuale, nel quale Genisi è capace di coinvolgere il lettore, non segua il desiderio immediato di un viaggio reale negli stessi luoghi. Agiografia? Forse, ma inevitabile e assolutamente rispondente al vero. Questa capacità di raccontare la maestosa meraviglia della Puglia, oltre a rivelare il grande amore dell’autrice per la sua terra, è indubbiamente il più grande pregio della sua scrittura. Forse non è il motivo principale per consigliare un romanzo giallo ma certamente una ragione per apprezzarlo ancora di più. Come in Pizzica amara, anche in questo romanzo ogni capitolo è introdotto da alcuni versi di un poeta pugliese, questa volta l’omaggio è al salentino Girolamo Comi (1890-1968). Conclude il libro la ricetta del cocktail “Il mare in un bicchiere”, ideato dalla barwoman Glenda Paoli, uno dei personaggi reali che con un tocco di simpatica bizzarria Gabriella Genisi ha inserito nella storia.