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La resistenza delle donne

La resistenza delle donne

1943. Una foto ne ritrae sette. Sette donne che sorridono, alcune con i capelli al vento, altre che guardano trasognate davanti a sé con le labbra socchiuse. Sono donne e quindi ci si aspetta che siano fragili, destinate a sposarsi e capaci solo di fare figli e di servire, pulire casa e compiacere il proprio uomo. Ci sono le contadine, che non devono far altro che ammazzarsi tra il campo, la stalla e le faccende di casa da mattina a sera; ci sono le operaie, impiegate nei tabacchifici o nelle fabbriche tessili, costrette a turni massacranti, sfruttate e pagate meno degli uomini. E loro se ne stanno zitte, fingono di adattarcisi a quei ruoli di totale sudditanza: ma sono furbe come Penelope, che di notte disfa la tela tessuta durante il giorno, e dissimulano, mentre sanno come cavarsela in ogni occasione. Se poi non sono belle, meglio: nessuno le guarderà e questa indifferenza sarà la loro salvezza. Se invece sono splendide, devono utilizzare con intelligenza la loro bellezza e irretire gli uomini, come già hanno fatto le sirene con l’equipaggio di Ulisse. Non è mai successo, prima del 1943, che tante donne, e di così diverse estrazioni sociali, entrino in scena da protagoniste. E lo fanno a partire dall’8 settembre, il giorno in cui la firma dell’armistizio con gli Alleati spacca il Paese. Quando il fascismo crolla, un profondo desiderio di pace attraversa il nostro paese e molti pensano che anche la guerra sia arrivata alla fine. Non è così, purtroppo. I soldati, allo sbando, devono sparire per non finire in pasto ai nazisti. Ed ecco che le donne entrano in scena per aiutarli. Li nascondono e li sfamano. Poi, per evitare di renderli riconoscibili, devono dotarli di un abbigliamento diverso da quello militare. E tutte le case del paese contribuiscono: chi con una camicia, chi con un paio di pantaloni e chi con una giacca. C’è chi dà loro un paio di scarpe e chi offre anche qualche spicciolo, per affrontare almeno l’inizio del viaggio...

Vincitore del premio Campiello 2023, il saggio di Benedetta Tobagi – una laurea in filosofia e un PhD in storia – ripercorre un momento della Storia italiana che vede le donne protagoniste silenziose ma fondamentali. Siamo nel 1943, a ridosso della firma dell’armistizio con gli Alleati. È un periodo storico di grande confusione e di poche certezze: la guerra non è ancora finita e, soprattutto, la lotta armata per la liberazione dal nazifascismo attraversa un momento in cui è necessario l’aiuto di tutti, anche delle donne. Sono proprio loro, sorridenti e apparentemente rilassate, a mostrare al nemico un’immagine ingannevole capace di dissimulare il loro vero ruolo e il segreto che condividono. Leonice, Teresina e le altre sono le rappresentanti di una pagina di Storia intensa e ricca di emozioni: donne che aiutano i partigiani, li nascondono, li nutrono e li vestono; donne che si mascherano dietro un anonimato che non spaventa per muovere in realtà i fili di una Resistenza rivoluzionaria, per la quale il loro contributo è fondamentale ma troppo spesso dimenticato o ignorato. Tobagi restituisce al genere femminile l’orgoglio di aver contribuito a salvare centinaia di soldati, a veicolare informazioni importanti attraverso le staffette, a ridare fiducia a chi stava per soccombere, a riportare luce e speranza in un mondo fatto ormai solo di buio e di disperazione. Sono storie di dolore e sofferenza quelle raccontate da Tobagi e documentate attraverso una ricca galleria fotografica che racconta figure femminili di ogni classe sociale, che intervengono attivamente nella guerriglia e mostrano il coraggio di chi ha scelto di schierarsi dalla parte giusta della barricata. Donne che non si voltano dall’altra parte, ma combattono disuguaglianze e disperazione con tenacia. Donne capaci di gestire le situazioni di emergenza e di mascherare dietro uno sguardo timido i loro movimenti ardimentosi; donne tutte d’un pezzo, che meritano di essere ricordate, celebrate e ringraziate.