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La ricamatrice di Winchester

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Gran Bretagna, 1932. Violet Speedwell si trasferisce da Southampton a Winchester per sfuggire ad una madre oppressiva. Si era presa cura di lei, dopo la morte del padre, “com’era doveroso per una figlia nubile”, ma, dopo un anno e mezzo, decide di prendersi la sua libertà e si trasferisce a Winchester. Dattilografa alla Southern Counties Insurance, una mattina di maggio esce per comprare un nastro per la macchina da scrivere, ma si infila invece nella cattedrale, con lo scopo di visitare la Cappella dei Pescatori dedicata a Izaak Walton perché il padre era un suo grande estimatore. Capita nel giorno della cerimonia di Presentazione di cuscini, così le dice la custode in malo modo, Quando la donna le chiede se per caso anche lei è una ricamatrice, Violet dice sì, giusto per potersi avvicinare alla zona del coro dove si sta svolgendo questa scena che lei trova un po’ folcloristica. Si siede accanto ad una donna giovane, Gilda Hill, che scopre appartenere al gruppo delle ricamatrici; diventeranno amiche e piano piano Violet scoprirà un segreto che la riguarda. Ascolta per un attimo il discorso del sacerdote poi è costretta ad andarsene perché sta facendo tardi. Torna in ufficio e lo trova deserto, le sue colleghe Olive e Maureen non ci sono. Le due ragazze sono poco più che ventenni e trattano Violet “come una pianta esotica”, lei che di anni ne ha trentotto, è di aspetto dimesso e ha soldi appena sufficienti per pagare l’affitto e mangiare quel tanto che basta per poter stare in piedi, mentre loro si comprano abiti nuovi e vanno a divertirsi. Sono entrambe fidanzate e Olive in particolare ha già ricevuto l’anello di fidanzamento ed è in attesa di sposarsi. I loro discorsi su fidanzati e matrimonio disturbano Violet perché le ricordano il fidanzato Laurence, caduto nella Prima guerra mondiale; il lutto che si porta dentro le ha sempre impedito di innamorarsi di nuovo, gli unici uomini che incontrava a Southampton erano occasioni di sesso che si permetteva due o tre volte l’anno, intrattenendosi al bar di un hotel. A Winchester non ha più questa possibilità, la città è piccola e non ci sono hotel adeguati. Alla fine, anche lei entra a far parte del gruppo di ricamatrici di Louisa Pesel e, frequentando Gilda e il gruppo, incontra Arthur, un campanaro sessantenne per il quale sente da subito una forte attrazione, l’unico fremito dopo la morte di Laurence…

Ancora una volta una figura femminile. Dopo Griet de La ragazza con l’orecchino di perla, Maude di Quando gli angeli cadono, Honor de L’ultima fuggitiva, Tracy Chevalier, prima editor poi scrittrice americana trapiantata in Gran Bretagna, ci presenta, a dirla tutta, un vero gineceo: Violet, la protagonista, le ricamatrici, tra cui spiccano Gilda e Dorothy, le due colleghe di lavoro Maureen e Olive, la madre di Violet e altre figure di contorno. Ancora una volta un preciso periodo storico, l’Inghilterra dei primi anni Trenta, quando l’Europa è alle prese con l’ascesa di Hitler al potere. Ciò che interessa a Chevalier però è raccontarci la condizione femminile in questa parte del XX secolo, attraverso la storia di questa donna che, alla soglia dei quaranta anni, decide in maniera repentina di abbandonare la casa di famiglia e la madre terribile, per andare a vivere da sola in un’altra città. Attraverso la vita di Violet, presa nell’arco di poco più di un anno, Chevalier ci riporta alla società patriarcale dell’epoca: le donne malviste se escono da sole, le donne che sognano di realizzarsi attraverso il matrimonio (Olive), le donne che si dedicano a interessi specificamente femminili (il ricamo), e altre amenità. Decide di farlo o attraverso discorsi e/o azioni dei pochi personaggi maschili (il capufficio che si lamenta perché le donne cercano lavoro “e poi se ne vanno perché trovano marito o devono assistere i genitori “…da questo punto di vista le zitelle sono più affidabili”) o attraverso frasi pronunciate o solo pensate da Violet che, a modo suo, si ribella alle consuetudini. Lo attua senza troppo clamore, andando a fare un trekking di qualche giorno da sola nei villaggi limitrofi, sostenendo l’amore tra Gilda e Dorothy, sfidando le chiacchiere, facendosi vedere spesso con Arthur, per cui ha un’estrema passione, nonostante questi abbia una moglie, avendo una figlia da lui e crescendola da sola. È ampia la capacità narrativa di Chevalier, il modo in cui srotola storia, in cui riesce a concatenare tutti gli eventi, a far entrare in scena i personaggi, a descrivere con puntigliosità (forse troppa) paesaggi e interni. Un interessante espediente poi è incarnare il machismo nel personaggio di Jack Wells, che tenta di stuprarla. Nonostante questo però, perché non basta solo la tecnica per rendere un romanzo godibile e ben riuscito, la risultanza è un libro che si trascina un po’ noiosamente occorre dirlo. Argomento interessante, ma non la migliore Chevalier.