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La rosa di Bakawali

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Mai nel regno di Sharquistan nell’Indostan orientale si era visto un bambino così bello e splendente, da eguagliare la luce del sole, come Taj-ulmuluk, quinto e ultimo figlio del re Zain-ulmuluk. Su di lui incombeva però una perfida profezia: se il padre l’avesse guardato sarebbe diventato cieco all’istante. E questo, nonostante il piccolo fosse stato allontanato ancora in fasce con la madre dal palazzo reale, avvenne quando, anni dopo, i due, incontratisi casualmente durante una battuta di caccia, incrociarono i propri occhi. Al vecchio sovrano disperato i dottori suggerirono come unico rimedio alla cecità la rosa in possesso della meravigliosa regina di Bakawali, un luogo immerso in una vegetazione lussureggiante pressoché inaccessibile. Per quanto nessun essere umano avesse mai messo piede in quelle terre, i quattro figli di Zain-ulmuluk decisero di recarvisi per prendere il prezioso fiore, seguiti a loro insaputa dal loro fratello minore. Ma non vi arrivarono mai, perché nelle città di Firdaus furono vinti al gioco del tric trac dall’ammaliante cortigiana Lakkha e ridotti suoi schiavi, al contrario di Taj-ulmuluk che la sconfisse e la prese come sua sposa. Non restava ora altro che andare a prendere la preziosa rosa, però il giovane non sapeva che fosse custodita da una fata la cui bellezza era immensa e seducente…

Quello de La rosa di Bakawali è un mondo magico e incantato, dove si aggirano i soprannaturali deva e immaginifiche fate, dove vi sono palazzi di rubini e smeraldi, città che nascono dal nulla in foreste inestricabili, uomini che volano o si trasformano in donne o animali. In questo testo, nato in epoca medioevale nell’India del Nord dalla commistione tra cultura hindu e musulmana e trasmesso per molto tempo per via orale prima di essere trasformato in un romanzo scritto a partire dal Seicento, qui presentato nell’edizione francese del 1848 dell’orientalista Joseph Héliodore Garcin de Tassy, ritroviamo le atmosfere favolose de Le mille e una notte, quelle bibliche, basti pensare alle citazioni a Giuseppe o a Giacobbe, e coraniche. Centrali sono i temi dell’amore, della bellezza e soprattutto della ricerca – di una rosa, di una donna, di un uomo – che consente di creare una struttura narrativa aperta, giocata sulla molteplicità delle azioni. Ne viene fuori una realtà in cui possibile e impossibile, profano e sacro, divino e umano si intrecciano di continuo quasi confondendosi gli uni con gli altri. Dietro la sua essenza fiabesca vi è però una lettura più profonda, quella di un’anima – impersonata ora da Taj-ulmuluk, ora da Bakawali, ora da Bahram – che fa esperienza della vita per raggiungere la meta finale, Dio. Perché nell’uomo si “riuniscono le qualità e le perfezioni divine”.