Tre copie di un opuscolo settecentesco riemergono da una libreria di via Toledo a Napoli e arrivano a Calacte, ovvero Caltagirone, tra le carte della biblioteca comunale. La scrittura racconta un delitto avvenuto il 2 aprile del 1790, in piena Quaresima, in una città siciliana, e una successiva giustizia eseguita a Napoli poche settimane dopo. Nessun nome proprio, solo figure essenziali – l’Amata, il Gentiluomo, la Vecchia, il Predicatore – e una precisione rigida su luoghi e date, come se tutto il resto fosse stato cancellato. Il direttore della biblioteca ne trattiene due copie e porta la terza nell’archivio, dove Giacomo Flerez lavora da anni alla ricostruzione minuziosa della storia cittadina. Ogni documento per lui è una tessera necessaria a un ordine più grande, e ogni vuoto negli archivi diventa una minaccia. L’opuscolo lo colpisce subito: l’idea che un gentiluomo possa aver commesso un delitto incrina la sua visione della società e del passato. Cominciano giorni di studio intenso. Confronta cronache, registri, testimonianze, ma più cerca conferme più il testo gli appare instabile, quasi provocatorio. Eppure, la sua inquietudine non nasce solo dall’incertezza storica: è l’intero sistema di valori che sente vacillare, quell’idea di ordine gerarchico e provvidenziale che guida ogni sua interpretazione del mondo. Alla fine decide che si tratta di un falso, forse costruito a scopo morale o edificante da qualche autore esterno alla città. L’opuscolo viene così archiviato come inattendibile. Con il tempo la questione si attenua, ma non scompare del tutto. Flerez continua a costruire la sua opera storica selezionando, ordinando, eliminando ciò che non si adatta a una visione coerente e “giusta” del passato. La storia diventa sempre più una forma di controllo che di conoscenza: ciò che disturba viene escluso, ciò che rompe l’ordine viene cancellato. In questo lavoro di sistemazione emerge anche il peso delle eredità familiari e dei contenziosi sul palazzo baronale, che lo riportano a un’idea concreta di continuità tra sangue, proprietà e storia. Tra mappe, stemmi e ritratti, il passato appare compatto, ma è proprio in quella compattezza che si nasconde una crepa: ciò che non si riesce a ricostruire, ciò che manca, continua a premere ai margini dell’ordine costruito…

La rosa inversa di Maria Attanasio è un romanzo che si legge con la stessa attenzione con cui si esamina un documento d’archivio: cercando la logica interna e lasciando che sia il testo stesso a rivelare, pagina dopo pagina, quanto quella storia abbia ancora da dirci. E forse è proprio questo il modo giusto per avvicinarsi a un’opera che nasce, letteralmente, dal ritrovamento di un manoscritto. Attanasio, infatti, in quest’opera affida alla letteratura una funzione conoscitiva: non è un mero racconto, ma strumento d’indagine, mostrando come il passato possa farci riflettere sulle contraddizioni del presente. Il meccanismo narrativo, una cornice novecentesca che accompagna il lettore in un viaggio nel Settecento illuminista, funziona perché non si perde in ornamenti inutili, ma tiene saldamente insieme i piani temporali. L’architettura regge, e questo non è scontato in un romanzo storico a doppia voce. Le vicende in sé – le aspirazioni libertarie di Ruggero Henares, il conflitto con il potere religioso, la loggia massonica – sono il modo in cui tutto questo viene raccontato e messo in relazione. Inoltre, la dinamica del controllo, meccanismo con cui il potere, soprattutto quello religioso e politico del Settecento siciliano, condiziona l’opinione pubblica, la libertà di pensiero come reato, sono tutti temi che emergono senza che il romanzo trasformi la narrazione in una tesi. Con una scrittura dal ritmo anche poetico – comprensibile, visto il percorso di Attanasio come poetessa, il tessuto narrativo è compatto e al tempo stesso ricco di sfumature, e ogni elemento – personaggi, eventi, riflessioni – trova il suo posto in maniera naturale. A conferma del valore dell’opera, per come è costruita, per la qualità della lingua e per la capacità di fare della letteratura un luogo di conoscenza, La rosa inversa è stata selezionata tra i dodici finalisti del Premio Strega 2026, entrando nella cosiddetta “dozzina” delle opere più significative dell’anno.