Salta al contenuto principale

La Russia di Putin

larussiadiputin

L’esercito è il vero vanto ed orgoglio della Russia: una potenza tangibile, materiale, fatta per difendere i confini della nuova nazione nata dalle spoglie dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), ma anche per imporre con la determinazione della forza la presenza in terra della Russia e del suo presidente, l’ex tenente colonnello del KGB, la polizia segreta della repubblica sovietica, Vladimir Putin, prima ministro, poi presidente incontrastato ed incontestabile, dopo Bors El’cin. Eppure l’esercito è un luogo chiuso, un vero e proprio inferno per i giovani russi, costretti a subire da parte degli ufficiali ogni tipo di ignobile vessazione: sono picchiati, umiliati, seviziati, terrorizzati da ufficiali ubriachi che possono abusare con ogni mezzo dei ‘loro’ soldati. Sono la loro valvola di sfogo. Per questo sono decine di migliaia i giovani che disertano ogni anno, perché in fondo sanno che per i loro ufficiali esiste un’impunità non scritta che ne determina il potere assoluto di vita e di morte. Sono decine di migliaia le madri che invano aspettano notizie dei figli senza sapere dove la madre Russia li sta facendo crescere e crepare. Fare l’ufficiale dell’esercito russo è un mestiere sporco, che ha il vantaggio del rimanere immacolati di fronte ad un tribunale. Questo è il vero potere di Putin, un esercito di ufficiali al suo servizio, capace di atrocità indicibili anche verso i propri figli, ma sicuro di non essere mai condannato. Succede con la guerra in Cecenia, quando i soldati russi si macchiano di gravi azioni violente anche nei confronti di civili e nessun tribunale riesce a incastrarli, a riportarli alle loro responsabilità. Perché su questo silenzio, su questa turpe complicità, poggia il potere del terrore del nuovo zar della Russia, colui che umilia i suoi oppositori, li riduce al silenzio, impone i suoi monologhi deliranti, evita i contraddittori ed è capace di fare letteralmente sparire ogni voce dissonante. L’uomo che nelle cerimonie religiose stringe la mano al pope senza baciarla, sostituisce il santo e benedice il ‘suo’ popolo, costretto ad una tacita obbedienza. Con il beneplacito del mondo occidentale…

Anna Politkovskaja è stata misteriosamente assassinata nel 2006. Neanche tanto misteriosamente se si leggono i suoi reportage e si considera il contesto in cui li ha scritti: la giornalista della “Novaja Gazeta” da tempo era nel mirino del regime putiniano che, nonostante tutto, continuava a condannare con lucidità e perseveranza. Emblema del giornalismo sano d’inchiesta, ha scritto resoconti agghiaccianti della guerra cecena, della vita russa durante il regime autoritario del presidente Vladimir Putin e dell’asservimento opportunistico dell’Occidente: in più passaggi, anche in questo libro, si ricordano le visite dei capi di Stato occidentali, come il ‘nostro’ Silvio Berlusconi, pronti a salutare la caduta del regime comunista ed il nuovo effimero liberatore. Il prezzo è la celebrazione di un feroce tiranno. Anna Politkovskaja riporta nelle sue pagine l’agghiacciante quotidiana ‘banalità del male’, fatta di costrizioni, censure, corruzione ed impunità; delinea con nomi e cognomi il cerchio magico di politici dell’ultim’ora, ex-KGB, che ricostruiscono i legami forti degli anni staliniani. Adelphi ripropone oggi, nel 2022, in piena guerra d’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, in edizione economica, un saggio di più di quindici anni fa, che mantiene intatta tutta la sua attualità ed aiuta, più di mille immagini, a capire tutta la corruzione che strazia la sua amata patria.