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La scatola nera

lascatolanera

Los Angeles, primo maggio 1992. Parte della città viene messa a soqquadro dai manifestanti, che distruggono le vetrine e incendiano i negozi, o derubano e uccidono i passanti; sono già morte circa cinquanta persone e la maggior parte della popolazione vive nel terrore e nella disperazione. Tutto inizia alcuni giorni prima, quando quattro agenti vengono processati per aver picchiato un uomo di colore, l’ennesimo caso di abuso di autorità, una questione che da anni fa sì che la polizia americana finisca nell’occhio del ciclone dei mass media, abili nel far apparire tali inconvenienti estremamente tragici. Quando i giudici rendono noto il loro verdetto a favore dei poliziotti, che altro non avrebbero fatto che compiere il loro dovere applicando la legge, la popolazione di colore si solleva in rivolta. Le vanno dietro delinquenti e assassini di ogni sorta che approfittano della confusione, i primi per operare indisturbati e gli altri per saldare i conti con i loro nemici. Sulle vetrine dei negozi molti scrivono “il proprietario è nero”, ma tali furbizie di fronte a manifestanti provenienti dalla classe sociale più infima e affamata non hanno speranza di sortire l’effetto desiderato. Il distretto di polizia sulle prime è preso in contropiede: assolutamente impreparato a fronteggiare l’allarme, per varie ore sta a guardare la tragedia impotente. Poi finalmente gli agenti entrano in azione, tra i quali i “quattro uomini dell’Apocalisse”: il detective bianco Harry Bosch e tre colleghi di colore, tra cui il fedele partner di Bosch Jerry Edgar. Gli altri due, Robleto e Delwyn, sono ancora molto giovani e sembrano trattenersi a fatica, ma non possono intervenire in modo efficace, la confusione è troppa e la polizia non può che risolvere sommariamente i vari casi, per essere presente dovunque si richiede il suo intervento. Tra la 66° e la 67° è stata uccisa una donna, è proprio là che si stanno dirigendo i “quattro dell’Apocalisse”. Bosch è estremamente perplesso: le donne sono coinvolte nel disordine che si è creato, in alcuni casi come carnefici e in altri come vittime, ma è la prima volta che ne viene uccisa una. La rivolta è affare prevalentemente da uomini. Il poliziotto si avvicina al cadavere, ha una lunga esperienza in fatto di omicidi e capisce subito che il momento del rigor mortis è trascorso. La vittima è stata quasi sicuramente uccisa mentre era in ginocchio, lo si intuisce dalla posizione delle gambe piegate a circa novanta gradi, e le tasche della sua giacca suggeriscono la professione di fotografa. Bosch ne ha la conferma perquisendo il cadavere, ma cosa ci faceva l’inviata di una testata giornalistica straniera in quel posto…

Michael Connelly affida al suo detective la soluzione di un caso irrisolto, l’assassinio di una fotografa danese, un evento spiacevole che non si conclude in sé stesso ma attraverso un lungo periodo di vent’anni si collega a una serie di altri omicidi. A fare da filo conduttore l’arma del delitto, una beretta passata di mano in mano sembra però attraverso lo stesso mandante, un certo True Story che vittima delle circostanze anche lui al fine perde la vita. Una storia che si alimenta della necessità di giustizia, vissuta e difesa come un sentimento che rimane puro malgrado la corruzione che dilaga tra le bande criminali, ma contro anche l’interesse a sprofondare nel dimenticatoio omicidi irrisolti che richiedevano già nel momento in cui erano stati commessi troppo tempo e finanziamenti per essere indagati; a distanza di vent’anni riaprirli è una pura formalità per chi ha il potere di decidere quanto si deve risparmiare sulla giustizia. È a tutto questo che l’incontenibile Bosch si ribella; non accetta che il suo capoufficio lo voglia allontanare dal caso della fotografa danese, non può permettere che l’ennesimo assassino resti impunito. È la giustizia che combatte contro sé stessa, da una parte un detective dotato ma più che altro convinto che ci siano un’etica professionale e una morale da difendere, dall’altro non solo un capoufficio sempre pronto a ridimensionare le spese, ma in realtà un sistema che tende a non intervenire su una società in crisi assoluta. Il tema non è una novità, da sempre i finanziamenti destinati alla giustizia sono una questione spinosa che resta aperta. Dal canto suo Bosch non è certo un Don Chisciotte che si accontenta di eventi di coraggio senza risultato, come combattere contro i mulini a vento: Connelly vuole che il suo protagonista rappresenti un esempio di fedeltà alla propria causa e la sua determinazione vada oltre qualsiasi richiamo o insuccesso, complici l’esperienza del poliziotto e le tante conoscenze accumulate negli anni che gli permettono di avere in varie occasioni una marcia in più. Michael Connelly è una delle star del romanzo thriller americano, da sempre seguito con grande interesse anche nel nostro Paese fin dalla prima opera Debito di sangue, trasformata in una pellicola da Clint Eastwood. Tra le storie che vedono come protagonista Harry Bosch Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Negli ultimi anni Connelly ha ideato un nuovo protagonista per i suoi thriller, un avvocato che viaggia su una Lincoln e risolve i casi proprio spostandosi sulla lussuosa macchina e operando in tribunale, di nome Mickey Haller.