Salta al contenuto principale

La scienza, la morte, gli spiriti

La scienza, la morte, gli spiriti

La critica è concorde nel far risalire le origini del noir e del giallo nel nostro paese al periodo Risorgimentale: Napoli, destabilizzata dal passaggio dai Borboni alla recente unità d’Italia, è stata la città che meglio ha incarnato tutta la complessità del periodo; si andava già delineando la voragine economica tra nord e sud del paese, e nella città partenopea la tensione sociale era alle stelle, con un tasso di analfabetismo altissimo e la criminalità, sotto forma prevalente di brigantaggio, che dominava nelle strade sia di campagna che di città. Povertà, rabbia, fame: in quale migliore terreno di una città allo sbando poteva germogliare il seme di quello che nascerà poi come romanzo sociale? Atmosfere cupe, personaggi sporchi e cattivi, degrado in ogni angolo: si comincia a denunciare, a raccontare quali sono le condizioni della povera gente, degli ultimi, di quelli costretti a rubare, e talvolta ad uccidere, per racimolare qualche spicciolo. Gli autori dell’epoca, sia pre che post unitaria, sono prolifici - spesso devono esserlo, per poter campare - ma non hanno vita facile: sincerità e oggettività nelle descrizioni, come suggeriva la corrente verista alla quale molti di essi appartenevano, poteva costare la censura e di conseguenza, il carcere. Qualcuno rischia: vedi Antonio Ranieri, antiborbonico convinto e grande amico di Giacomo Leopardi, che per la prima volta con il suo L’orfana della Nunziata affronta il tema scottante degli orrori perpetrati negli orfanotrofi del regno, guadagnandosi quarantacinque giorni di prigionia. Ranieri avrà una forte influenza su un altro partenopeo capostipite del romanzo di denuncia, Francesco Mastriani, che tuttavia, per evitare la censura e non recare danno alla famiglia, mescola la denuncia alla fantasia nei suoi scritti. Formatosi anche in materie mediche e scientifiche, Mastriani introduce nei suoi romanzi anche elementi tipici dei moderni legal thriller: così, nella sua più celebre opera, Il mio cadavere, il lettore si misura per la prima volta con la minuziosa descrizione dell’imbalsamazione dopo un decesso. Non solo Ranieri e Mastriani. Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Salvatore Di Giacomo, il criminologo Cesare Lombroso. Questi tutti partenopei, ma ci sono anche Emilio De Marchi, e Carolina Invernizio (il primato della prima detective donna è suo), capostipiti del giallo nordico nostrano. Il giallo italiano vanta quindi fin dai suoi albori nomi di grande prestigio: autori spesso di umili origini ma di grande cultura, giornalisti di cronaca in prima battuta, che hanno saputo trasportare i fatti sulle pagine di romanzi importanti, considerati come antesignani del genere...

Andrea De Luca balza all’attenzione dei suoi lettori con un saggio esaustivo, concepito per lo studio ma gradevole anche come semplice lettura. Un excursus storico, politico, letterario e antropologico a cavallo tra l’Otto e il Novecento, che pone il romanzo giallo come espressione fondamentale di un mondo e di una società in profonda trasformazione. Il giallo - lo si percepisce ancora ai giorni nostri - è un genere letterario che fin dal principio, si porta appresso la scomoda etichetta di genere di “serie B”: un genere impuro, dominato dalla commistione di altri generi - gotico, horror, giudiziario - e dal linguaggio volgare, ben lontano da quello aulico degli accademici, considerato da sempre quello più elevato e importante. Ma il giallo ha avuto anche il grande pregio di far avvicinare le masse alla cultura, con romanzi che parlavano del popolo, al popolo, con il linguaggio del popolo. La rivoluzione industriale ha fatto la sua parte nella grande diffusione dello stesso: le tipografie si moltiplicavano, la produzione dei romanzi altrettanto; con la formula del feuilleton (i romanzi a puntate pubblicate nei giornali) presa a prestito dai francesi si creava suspense, interesse crescente. Eppure, per molto tempo, i detrattori hanno considerato il giallo nostrano come semplice scopiazzatura di quello americano - capeggiato in modo indiscusso da Edgar Allan Poe - e di quello inglese, la cui paternità si attribuisce ad Arthur Conan-Doyle. Ma è davvero così? Prendendo ad esempio Mastriani, Il mio cadavere si colloca molti anni dopo l’avvento di Poe, ma ben trentaquattro anni prima di quello di Sherlock Holmes. Che il geniale Sir Arthur Conan-Doyle si sia fatto influenzare proprio da Mastriani nei suoi scritti? I fatti dimostrano forti legami tra l’autore inglese e la città di Napoli: i due autori si potrebbero essere addirittura incontrati, magari attorno ad uno dei tavoli nei circoli dell’occulto, durante quelle riunioni spiritiche tanto in voga dal 1848 in poi, che vantavano tra gli astanti nomi altisonanti e in qualche modo insospettabili - basti pensare a Pierre e Marie Curie - data la loro precedente aderenza a correnti come il verismo o il naturalismo, ben lungi dal considerare possibili e reali fenomeni come la levitazione o il dialogo coi morti. Sappiamo che il giallo trova i suoi punti fermi nel crimine e nella sua investigazione, ma è affascinante venire a conoscenza di come abbia attraversato innumerevoli trasformazioni, legate soprattutto alla percezione del crimine e della morte ad esso legata. Verismo, Naturalismo, Positivismo, Occultismo. Molte sono le correnti ad avere imperversato su di esso, generando dibattiti fondamentali nella crescita e nell’evoluzione della società: primi fra tutti l'eterna diatriba tra scienza e spiritualità, tra bene e male.