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La scuola perduta

La scuola perduta

C’è un villaggio in Africa, non ha un nome, è chiamato “il villaggio” o anche “il nulla”. Il nulla è tondo come una zucca e con la terra color sabbia ma che, quando piove, diventa rossa. Non arriva nessuno lì, se non per sbaglio. E c’è un ragazzo: prima anche lui viveva nel nulla. Quando era piccolo pensava che il cielo potesse rispondergli e così ci si confidava ma “Il cielo non ama i poveri. Nessuno li ama”. Per fortuna suo zio lo portò con sé in città e gli diede la possibilità di studiare e dopo tre anni eccolo, è pronto: è un insegnante elementare ma non uno qualsiasi: ora è il nuovo maestro del villaggio. Non è semplice: “Devo abituarmi all’idea che, per questi bambini, la scuola è come il circo che passa una volta all’anno. Che cos’è la scuola per un bambino che non ha da mangiare quando ha fame? Come spiegargli che è necessario passare per la scuola per non patire più la fame, un giorno?” Il secondo giorno di scuola però mancano due allievi e nei giorni successivi, altri tre non si presentano: “Sono ammalati o si sono persi per strada? Nessuno risponde”…

Tahar Ben Jelloun ci racconta una favola, quella de La scuola perduta, del villaggio senza nome - “il nulla” come lo chiama lui - in cui nessuno arriva e pochi vanno via, in cui gli alunni scompaiono in un misterioso edificio bianco. È una favola ma è anche la realtà, triste e terribile, è la storia vera di uno dei tanti invisibili villaggi africani e dei suoi bambini. Passare dalla favola al mondo reale è questione di un attimo: come in un gioco di scatole cinesi, con una storia dentro l’altra, dopo la favola del villaggio africano, ora Tahar Ben Jelloun e il suo maestro raccontano agli alunni del villaggio e a noi lettori la storia vera di Iqbal Masih, il piccolo pakistano, “lo schiavo con le caviglie e le dita incatenate deformate per aver fatto migliaia di nodi in una fabbrica di tappeti orientali”. Eccolo il salto dalla fantasia alla realtà, è una fitta al cuore che però porta con sé anche la fondamentale necessità e voglia di verità, di conoscere la storia di Iqbal, vedere le sue foto, i film che gli sono stati dedicati, tutto. Anche questa è la potenza della narrazione, della favola, dell’istruzione, dell’insegnamento e della scuola. Tahar Ben Jelloun ci conduce in questo viaggio che tutti - bambini e adulti - dovremmo affrontare e ci fa compiere il salto dalla fantasia alla realtà e lo fa con grande cura, delicatezza, semplicità, sincerità e maestria. Le raffinate illustrazioni che accompagnano i capitoli sono di Lorenzo Mattotti.