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La sera

La sera

Luglio 1954, piena estate. L’afa di New York è insopportabile. Ann Lord non ha alcun bisogno di affrettarsi, è perfettamente in orario. Si trova alla stazione di Grand Central, con la sua valigia gialla, pronta per salire su un treno. È un’occasione speciale, la sua migliore amica si sposa. Arrivata a Boston riconosce, tra le auto parcheggiate, una macchina color verde scuro con le portiere spalancate. Ralph Eastman è al volante mentre Buddy Wittenborn si trova seduto sul sedile del passeggero. Scorge anche una terza persona che però ha difficoltà a riconoscere perché è girata di spalle. Nell’istante in cui Ann si avvicina ai ragazzi, l’uomo si volta e lei può finalmente osservare il suo viso. Tuttavia non riesce ancora a vedere i suoi occhi, nascosti dietro gli occhiali da sole. Non può distogliere lo sguardo, le sue labbra sode e carnose la colpiscono immediatamente. È come se “un mattone l’avesse centrata in piena fronte”. Interviene Buddy presentandole Harris Arden, l’attraente sconosciuto che pare aver assorbito completamente la sua attenzione. L’auto finalmente riparte. Ad Ann piace essere sola in mezzo a tre maschi e le piace ancor di più trovarsi seduta al fianco di Harris, sul sedile posteriore. I due si scambiano qualche timida parola senza guardarsi. Lui cerca di farsi conoscere raccontandole di sé e della sua famiglia. Harris è un dottore di Chicago e lavora in ospedale… A distanza di quarant’anni, dopo un passato come cantante a New York, tre matrimoni, un divorzio, due vedovanze, quattro gravidanze e cinque figli, Ann si trova sdraiata a letto. Ha vissuto in diverse case, abitato in molte stanze, ed è certa che succederà proprio lì. Nella sua vita non ha mai dedicato grande tempo e spazio alla riflessione “ma adesso è costretta a restare lì, a letto, e si ritrova, un giorno dopo l’altro, a ricevere le visite di molti pensieri”. Questa vita non le sembra più tale, è come se tutto avesse perso colore e consistenza fluttuando in modo del tutto casuale. Il dott. Baker la monitora ogni due giorni. Nei limiti del possibile è sempre stato chiaro con lei. “I farmaci possono solo concederle un po’ di tempo in più, ma rispetto alla possibilità di curare quel genere di cancro…” …

Susan Minot, scrittrice e sceneggiatrice statunitense, ha esordito nella narrativa con Scimmie, libro pubblicato in diversi paesi e vincitore in Francia, nel 1987, del Prix Femina per la letteratura straniera. Alcuni dei suoi primi racconti sono stati pubblicati su “Grand Street” e “The New Yorker”. In collaborazione con Michael Cunningham ha scritto la sceneggiatura per il film Evening, tratto proprio da questo romanzo. Un racconto singolare che richiede al lettore di pazientare prima di riuscire a cogliere a pieno i significati nascosti tra le righe. Non è certamente un romanzo semplice poiché il flusso di coscienza, con la sua fusione tra realtà, memoria ed immaginazione, rende complessa la lettura, talvolta sfuggente. I repentini cambiamenti di prospettiva confondono e disorientano, i salti temporali sono frequenti e non sempre coerenti con la progressione dei capitoli. È un testo sconsigliato ai lettori che amano le sequenze lineari e le trame narrative particolarmente avvincenti ma chi riesce a superare lo smarrimento iniziale può cogliere la sua profonda ricchezza. Il romanzo va oltre il racconto di un amore, seppur disilluso, poiché parla di malattia, memoria ed identità. Ann, ormai consapevole di essere prossima alla fine, riscopre la sua vera essenza attraverso i ricordi della giovinezza. La memoria di tre giorni indimenticabili, che hanno segnato il corso della sua esistenza, diventa un dolce rifugio, capace di allontanarla dal malessere fisico che non le dà tregua, ma rappresenta anche una subdola trappola, legandola ad un passato di dolori, errori, rimpianti e sofferenze. Ann si ripiega completamente in se stessa, nel suo ultimo viaggio interiore, preferendo la compagnia dei suoi amari ricordi al dialogo e al conforto dei familiari. I figli, che la amano senza aver mai realmente compreso la sua complessità, oscillano tra dolore, frustrazione e rassegnazione. Sebbene presenti appaiono come un coro distante, sono figure che orbitano nella sua vita ma che non hanno mai avuto accesso alla parte più profonda ed intima di lei. Ciò che il lettore si trova a conoscere non è la realtà narrata quanto piuttosto la vita rielaborata, alterata dalle emozioni, dall’assunzione di farmaci e dalla ricerca di un senso ultimo. I ricordi di Ann sono dunque i veri protagonisti del racconto e sembrano possedere una forza viva. La scrittura di Susan Minot è intima, essenziale, fortemente suggestiva e nostalgica, particolarmente adatta a chi ama farsi guidare dalle impressioni più che dai fatti. Le parole, evocando immagini vivide, risvegliano sensazioni visive, olfattive e tattili. La Minot ci invita ad approfondire la natura stessa del tempo: è davvero una successione prevedibile, una linea retta che avanza inesorabile, o è piuttosto una materia viva e plasmabile che si piega ai nostri sentimenti?