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La signorina

lasignorina

“Rammendare”, “pazientare”, “risparmiare”. Sono i principii sui quali Rajka Radaković, per tutti “la Signorina”, ha costruito la sua vita. Dopo la morte del padre, un ricco mercante di Sarajevo caduto in bancarotta per troppa prodigalità nei confronti del prossimo, ha avuto un solo pensiero: accumulare più denaro possibile fino ad arrivare a un milione, il suo inconfessato desiderio. Ha bandito dalla propria esistenza bontà, generosità, altruismo, debolezze che possono far perdere tutto come è accaduto al caro papà. Non le basta fare ottimi affari con l’usura, si può lucrare in altri mille modi, scaldando un’unica stanza della casa, non accendendo quasi mai la luce, riducendo al minimo le visite di parenti e amici a cui bisogna offrire per lo meno un caffè, licenziando i dipendenti della vecchia impresa paterna. Chiusa nella sua spigolosa magrezza, tiene sempre un’aria torva, per strada non saluta nessuno, non vuole contatti umani e ha annullato ogni forma di pietismo, anche verso la madre per la quale non prova affetto, al contrario tanto fastidio. Lo scoppio della Prima guerra mondiale la coglie di sorpresa e all’inizio la agita, poi però comprende che, schierandosi a favore dell’Austria, il conflitto possa essere un’ulteriore occasione di guadagno grazie alla speculazione finanziaria. È che questo stato di cose non durerà in eterno e una volta concluso presenterà il conto, specie a chi si è messo dalla parte dell’Impero Austro-ungarico…

La letteratura è piena di figure di tirchi e avidi, dallo Scrooge dickensiano al Grandet balzachiano, ai Mazzarò e don Gesualdo verghiani. Ivo Andrić non si limita a descrivere l’attaccamento esasperato al soldo, delinea un sistema, quello dell’avarizia, sviluppato su regole precise da rispettare rigorosamente, cogliendone gli inquietanti aspetti sotterranei: il piacere morboso nel vedere aumentare le ricchezze, le ansie legate ai possibili guadagni, le grette spietatezze, la rigida anaffettività. Siamo di fronte a un procedimento regressivo di disumanizzazione, basato sull’annullamento dei sentimenti, dove conta unicamente il risparmio, rappresentato dalla metafora del rammendo, in quanto la ricchezza parte dalle piccole cose in apparenza insignificanti, come un paio di calze lise o con buchi che vanno rattoppate, non buttate via. Rajka, attraverso la contestualizzazione storica (la Sarajevo dei primi del ‘900, la grande guerra e il dopoguerra), è assunta a simbolo del disordine materiale e spirituale di una società che sta perdendo il senso degli ideali e dei valori. Con pochi tratti di penna, il grande premio Nobel bosniaco, in un linguaggio sobrio ed essenziale, riesce a disegnare la fisionomia e la psicologia di un personaggio e a ricreare l’atmosfera di un’intera epoca, rendendoli indimenticabili.