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La sindrome di Ræbenson

La sindrome di Ræbenson

Doveva essere la classica serata tra colleghi su una terrazza con vista sulle cupole della città eterna, con chiacchiere che sfioravano temi di lavoro e gossip. Quando Vittorio Berra, uno psichiatra delle Molinette di Torino, era andato via, qualcuno aveva commentato il fatto che avesse pianto per tutta la sera, praticamente davanti a tutti, riferendo della recente separazione dalla seconda moglie. Antonio Deltito era sembrato cadere dalle nuvole e aveva chiesto di chi si stesse parlando. Non ricordava nulla dell’episodio appena raccontato. E non rammentava nulla neppure del collega, nonostante avessero tentato di riportargli alla mente dettagli piuttosto precisi: come poteva non aver notato quella cravatta a strisce gialle e verdi? Per Deltito era come se Berra non fosse mai esistito. Buio assoluto. Era tornato a casa piuttosto scosso dall’episodio, assalito dal dubbio che la sua memoria si stesse sgretolando. Il mattino dopo era stato colto da una serie di dolori diffusi a tutto il corpo. Aveva pensato ad una influenza incipiente e assunto degli antidolorifici, senza successo. Aveva provato a uscire per chiedere aiuto, ma le gambe avevano ceduto. Si era risvegliato in una sala del Pronto Soccorso dell’Umberto I. Un attacco di panico? Era stato necessario un ricovero di due settimane per accertamenti: i colleghi avevano parlato di stress, brain fog, fragilità psichica, un possibile disturbo dell’attenzione con iperattività… Alla fine Deltito era stato dimesso con la diagnosi di “amnesia dissociativa”. Ma quel dettaglio, quel richiamo al disturbo dell’attenzione, lo aveva riportato agli anni dell’infanzia, quando quel sospetto era balenato per la prima volta a un suo zio, Leonardo Giannicola, che aveva notato come Antonio sembrasse estraniarsi totalmente in un suo mondo, con la realtà a fare da rumore di fondo; crescendo Deltito si sarebbe distinto per una certa tendenza alla bugia patologica e per un certo “difetto del controllo morale”. Da quel primo episodio sulla terrazza romana sono ormai trascorsi trent’anni: quanto accaduto nel corso della serata non è rimasto un episodio isolato…

«Aveva cominciato a parlarmi dei ræbensonologi da qualche anno, solo che non li chiamava così […] Li chiamava studiosi. Talvolta al cinema non facevamo in tempo di finire di vedere un film che si alzava dalla poltrona, pronto a tornare a casa per rispondere alle loro mail […] dichiarò che si interessavano certamente a lui, ma anche e soprattutto ai suoi parenti. La sua famiglia era oggetto di studio perché molto longeva». Giuseppe Quaranta, classe 1982, pugliese d’origine (è nato e vissuto a San Marzano di San Giuseppe, nei pressi di Grottaglie, in provincia di Taranto), medico psichiatra - professione che esercita attualmente a Pisa -, esordisce con un romanzo complesso, audace, seducente per i temi trattati, che non a caso ha raggiunto nel 2023 - candidato con il poetico titolo La malinconia dei coralli - la fase finale del Premio Calvino. Che patologia ha sviluppato lo psichiatra Antonio Deltito? Soffre davvero di una forma di immortalità tramandata dai suoi avi, la sindrome di Ræbenson, “un disturbo neuropsichiatrico caratterizzato da un quadro clinico caratterizzato da sintomi dissociativi e dispercettivi”? Di questo quadro non esiste traccia nella banca dati di studi scientifici on line più aggiornata al mondo. Eppure Antonio Deltito parla di un misterioso gruppo di ricercatori - i ræbensolologi -, che sembra assomigliare più ad una setta che ad una società scientifica. Antonio è semplicemente in preda a un delirio ben organizzato, o c’è qualcosa di vero nei suoi discorsi? Ricco di suggestioni letterarie, filosofiche, artistiche, retto da una prosa elegante, che sa raccontare aspetti specifici legati alla professione dei protagonisti - e dell’autore del romanzo -, senza mai scivolare nel tecnicismo o nel linguaggio gergale, La sindrome di Ræbenson è una riflessione sulla natura umana e sulla sua fragilità, sulla malattia mentale e su quanto possa essere labile il confine tra salute e patologia, soprattutto quando si tratta di psiche. Ma è soprattutto una esplorazione metafisica del concetto di essere, di identità, attraverso l’analisi clinica - si direbbe - di un paradosso: una immortalità possibile, non voluta (“La morte, che di ogni processo patologico risulta il compimento e nella sindrome di Ræbenson non arriva mai e poi mai…”), anzi temuta, aborrita, perché pagata con un prezzo altissimo: la dispersione delle memorie, dei ricordi (“diffusione”, è il termine usato, tecnico, che ben descrive la tracimazione delle tracce di memoria, cha abbandonano un individuo e divengono materiale acquisibile da un altro soggetto), ovvero della sostanza stessa su cui poggia quel continuum che percepiamo necessario per conservare l’integrità mentale, la nostra irripetibile individualità. Il finale, vertiginoso, pone la trama nella cornice di una contemporaneità che sembra segnare l’imminenza di una qualche catastrofe, quasi premonizione di un ritorno a tempi oscuri, nel segno di una follia autodistruttiva che sembra potersi propagare come una malattia infettiva. Sarà facile per il lettore collocarlo nella libreria di casa accanto a Le rivelazioni di Erik Hoel.