Nell’estate del 2023, M. sta viaggiando in treno per presentare il suo nuovo libro in un altro Paese. Guarda fuori dal finestrino e osserva come l’erba continui a crescere nonostante gli esseri umani continuino ad ammazzarsi. Il 2023 è anche l’anno dell’estate più calda mai registrata dalle serie storiche e gli scienziati osservano, studiano e analizzano i dati come minuscoli medici che si affollano intorno al corpo di un gigante malato. M. sa già che il suo treno non la porterà a destinazione, è necessario un cambio. La sua organizzazione del viaggio, il posto prenotato per tempo, il sandwich vegetariano acquistato in un chiosco affidabile e la tranquillità di un posto senza la presenza imposta di un compagno di viaggio non riescono ad attenuare il suo senso d’ansia. Il paese da cui proviene è infatti in guerra con un paese vicino e uccide i suoi abitanti con armi da fuoco, missili e droni. A volte, uccide i suoi stessi abitanti, come un organismo impazzito che non sa più distinguere tra cellule estranee e cellule proprie. Come se non ci fossero più esseri umani, ma appendici di una belva misteriosa che divora tutto, non per fame, ma nel desiderio di inglobare tutto dentro di sé. Tuttavia, M. non osserva la belva con una condanna implicita, ma con la curiosità dell’etologa: ne cerca di comprendere il comportamento, le motivazioni, quasi come una animale erbivoro che cerca di capire cosa ci sia davvero dietro alla violenza di un carnivoro. La curiosità di M. non è del tutto sua: chi la incontra la interroga per comprendere qualcosa sulla natura della belva. È come se la provenienza di M. dal paese che ha mosso guerra al paese vicino la rendesse titolare di una conoscenza innata, di un segreto non accessibile a tutti gli stranieri. Qui sta proprio il paradosso: da una parte M. vuole assecondare questa curiosità e, allo stesso tempo, non vuole mostrarsi troppo esperta dei meccanismi mentali della bestia, come se questo sapere potesse rendere anche lei parte del massacro…

Il titolo originale in russo, Fokus, ha una precisione che purtroppo non può essere resa in altre lingue. Anche questo rivela un’intenzione programmatica da parte dell’autrice. “Fokus” in russo può indicare la messa a fuoco, un trucco o un gioco di prestigio e persino un capriccio. Non è un caso che la protagonista finisca a lavorare in un circo. Di particolare interesse è l’incipit del romanzo, che riprende quasi alla lettera l’inizio di Resurrezione di Lev’ Tolstoj. Ma mentre in Tolstoj il richiamo alla forza inarrestabile della natura nonostante le sovrastrutture imposte dell’uomo richiama la sua fascinazione per le idee di Rousseau, qui avviene un fenomeno diverso. La natura della Stepanova non è un agente di ritorno, quanto un agente di trasformazione. Su questo non pende mai un giudizio negativo, ma un’idea di un qualcosa di inevitabile. Mentre in un precedente romanzo (La memoria della memoria, tradotto per Bompiani da Emanuela Bonacorsi) l’autrice aveva parlato del ricordo individuale e della sua importanza, nonostante l’inaffidabilità intrinseca, ne La sparizione avviene qualcosa di diverso. È come se ci fosse un tentativo di affrancarsi dalla memoria per andare in un luogo rarefatto in cui tutto perde i propri contorni e la precisione storica. Ad esempio, i paesi non sono mai nominati. Nel libro non si troverà mai Russia, Ucraina o Germania. Nel momento in cui il libro è stato scritto le metafore e le allusioni sono evidenti, ma è giusto dubitare che restino intatte con il passare del tempo (a meno di non servirsi in futuro di un robusto apparato di note). È inoltre necessario ricordare che questo è il libro di un’emigrata che non può tornare in patria per il suo atteggiamento critico nei confronti del regime di Putin e tutti gli emigrati, i politici in particolare, vivono la propria separazione dalla madre patria in modo lacerante ed è come se nella loro mente vivessero due tempi paralleli e contemporanei: quello del passato in Russia e quello del presente “altrove”, senza possibilità di integrazione. Per questo il gioco di prestigio, la sparizione, diventa la metafora di un rinnovamento, di una trasformazione, di come sia necessario perdersi del tutto per poi ritrovarsi. Da questo punto di vista, la coincidenza tra M. e il principe Nechljudov di Resurrezione appare nella sua completezza.