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La spiaggia degli affogati

La spiaggia degli affogati

Dopo una visita in ospedale allo zio, l’ispettore Leo Caldas e il padre - l’uomo, vedovo da tempo, ha trasformato la dimora in cui la moglie ha vissuto da bambina e il terreno circostante in una tenuta in cui produce vino di qualità e segue di persona ogni fase di lavorazione - si dirigono verso la casa di quest’ultimo dove, dopo due scodelle di brodo e del formaggio nostrano con la cotognata, i due si sistemano davanti al camino acceso, una bottiglia di vino a far loro compagnia. Quando l’ispettore osserva il volto del padre, scorge due occhi lucidi che raramente ha visto in precedenza. Perciò si stende sul divano e lì passa il resto della notte, senza smettere di osservare il fuoco, permettendo così al padre di piangere, a ogni bicchiere di vino bevuto, il suo dolore per la situazione critica in cui versa il fratello in ospedale. Al mattino, poco dopo essersi svegliato, il cellulare di Caldas comincia a suonare nella tasca dei suoi pantaloni. Il suo aiutante Rafael Estévez lo informa che al porto di Panxón è appena stato trovato il cadavere di un uomo che galleggia alla deriva. Ore dopo, mentre in ufficio sta sfogliando le dichiarazioni dei testimoni di una rapina in una gioielleria, la sagoma di Estévez oscura il vetro della porta e l’uomo fa il suo ingresso, lamentandosi del fatto che il cadavere ripescato in mare - si è occupato lui dei rilievi - era conciato davvero male e non è stato per niente un bello spettacolo doverlo guardare. Il nome del morto è Justo Castelo. Si tratta di un pescatore della zona - una quarantina d’anni, senza fidanzata né figli - che è uscito in mare con la sua barca il giorno precedente e, da allora, nessuno l’ha più visto. L’uomo è stato ritrovato con le mani legate con una fascetta di plastica, come quelle che si usano per fissare cavi o tubi. Sono strisce flessibili che si bloccano con un colpo secco e non si possono più riaprire. Per liberarsene, è necessario tagliarle....

Apparso in Italia per la prima volta nel 2010, torna in libreria l’ispettore Leo Caldas - fantastico personaggio frutto della fantasia di Domingo Villar, sceneggiatore cinematografico e televisivo, esperto di vino, critico gastronomico per un’emittente radiofonica e alcuni periodici nonché penna potente e arguta - insieme ai colleghi del commissariato e alla coprotagonista di ogni sua storia: la Galizia, terra meravigliosa e misteriosa, fatta di marinai silenziosi e osterie fumose, banchi di nebbie fitte che si alternano a giornate di sole accecante, piogge improvvise che si gettano sull’oceano. Caldas, uomo impenetrabile e pieno di ombre, sempre e comunque alla ricerca della verità, è chiamato a risolvere il mistero di un marinaio quarantenne, celibe e di poche parole, il cui corpo viene restituito dal mare con le mani legate con fascette da elettricista e ferite sulla fronte e sulla nuca. Pare suicidio, ma Caldas non ne è convinto, anche perché fin da subito l’indagine scoperchia un vaso di Pandora che racchiude torbide questioni irrisolte legate ad un passato del quale nessuno vuol parlare. Anzi, ognuno vuole scaricarsene le colpe. È un percorso tortuoso, indietro nel tempo, quello che intraprende Caldas, fatto di importanti passi avanti che si alternano a scivoloni e ad arretramenti, con lo stesso ritmo con cui le onde si infrangono contro gli scogli per poi ritirarsi. L’aria salmastra, l’odore del pesce, le spiagge di sabbia bianca, la quotidianità dei marinai non sono solo cornice della storia, ma contribuiscono a creare le giuste atmosfere e ad arricchire un racconto già di per sé estremamente avvincente. Villar - che scrive i suoi romanzi in gallego (galiziano), un ibrido più portoghese che spagnolo, parlato da oltre tre milioni di persone in Galizia e nelle Asturie, e poi li traduce in spagnolo - riesce ancora una volta a realizzare un noir di grande levatura, in cui si parla di pregiudizio e responsabilità, di omertà e diffidenza, di legami familiari, sfide con se stessi e orrore travestito da normalità.