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La sponda oltre l’inferno

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“Il mare mi restituisce lunghe lettere di sale. Parole spezzate e urla assordanti di sconfitte e disperazione. Lettere liquide, scritte con l’inchiostro trasparente dell’acqua, mescolato con il sangue, tracciate con grafia diligente e infantile, che giungono da lontano, da profondità sconosciute, direttamente dentro la mia anima”. La Storia, gli interessi, gli accordi internazionali spingono molti a dover fare i conti con quel linguaggio liquido, quel gorgoglio incomprensibile che rimastica speranza e terrore, miraggio e abisso. Là dove la sua voce tace ancora, c’è una sponda ad attendere, nuova pagina su cui andare a capo. Ma là dove la sua voce è assordante e penetra liquida dentro le orecchie, non c’è più niente, nemmeno una tomba, solo la morte per acqua. Nadia e Siham ora sono laggiù, hanno nelle orecchie quel frastuono che non smette. Mai. In tanti dobbiamo provare a decifrare il suo linguaggio liquido. È successo a me. È successo che nel progetto felice della mia vita piccolo borghese non avevo messo in conto che il mio paese collassasse nella guerra civile, che poi venisse bombardato e distrutto. È successo a Fnan, bella ed elegante come una giraffa, coraggiosa come una leonessa. Al povero Hassan, i cui occhi sono uno schermo vuoto su cui scorre a ripetizione il film dell’orrore. È successo a Muhammad, in fuga dal virus e a Marwan, abituato a piantare semi e un giorno costretto a piantare in terra i corpi della sua famiglia. Tutti noi abbiamo letto e assaggiato lunghe lettere di sale, per provare a dire che la vita ha ancora un senso…

Il Mediterraneo nel corso della sua storia ha visto grandi movimenti di popoli. Le navi come spole hanno cucito fra le sponde la trama delle civiltà e delle culture. Tre continenti hanno costantemente confluito verso questo bacino d’acque irrequiete. E ancora oggi è così. Come un grande imbuto il breve tratto di mare fra la Libia e l’Italia raccoglie gente dai grandi conflitti africani e mediorientali e li spinge sulla roulette russa delle onde. Il toccante romanzo di Younis Tawfik (l’ottavo pubblicato in italiano, insieme a saggi e opere di poesia) ricostruisce cinque destini che provenendo da diversi paesi si incontrano su un barcone. Fnan che riesce a fuggire dal soffocante mondo militare eritreo; Hassan fuggito giovanissimo dal Darfur e dalle sue feroci violenze; Muhammad che fugge dalla Guinea infestata da Ebola; Marwan in fuga dalle bombe che hanno devastato la Siria e simile a lui Hamid, dalla Libia post-Gheddafi. Le cinque voci si alternano sul palcoscenico e raccontano la propria storia, con limpidità e naturalezza. Sono cinque storie che aiutano il lettore a dare profondità al susseguirsi dei numeri delle catastrofi del mare, a conoscere le motivazioni che spingono così tanti a rischiare la vita. Torna al romanzo Tawfik, classe 1957, originario dell’Iraq, vincitore di numerosi premi e certamente una delle voci più autorevoli della cosiddetta “letteratura migrante” italiana.