Salta al contenuto principale

La squilibrata

Juliet si ricorda perfettamente del giorno in cui è iniziato. Era alle medie. Finalmente una giornata di sole dopo una stagione di freddo e pioggia. Alla lezione di educazione fisica aveva vinto a “ruba bandiera”, era la più veloce della classe. Tutto era assolutamente perfetto, eppure proprio in quel momento aveva percepito qualcosa spostarsi in lei, qualcosa che non aveva motivo di esserci ma c’era, opprimente; un desiderio impossibile in una giornata del genere, in una ragazza così giovane: la voglia di morire. È difficile prendere atto di una cosa del genere quando si è giovani e pieni di speranze. Juliet crede sia normale alla sua età pensare al suicidio. Finché si tratta di tagliarsi per provare sollievo, può ancora credere che rientri nella normalità, ma poi iniziano l’insonnia, le allucinazioni, si sente chiamare da Dio come Giovanna D’Arco, è convinta che in camera ci siano delle telecamere che la spiano e comincia a cambiarsi chiusa nell’armadio, prima che le sorga il sospetto che forse anche lì non è al sicuro da sguardi indiscreti. Non può essere al sicuro da nessuna parte, perché la massa oscura che la opprime è proprio dentro di lei. Tutto ciò la rende schiva, comincia a isolarsi, non riesce più a socializzare e nemmeno a seguire le lezioni. Le è ormai chiaro che c’è un problema, non riesce più a vivere come una ragazza qualsiasi. In biblioteca trova un libro di psichiatria: deliri, allucinazioni, abulia, incapacità di concentrarsi, incoerenza, catatonia. I sintomi caratteristici della schizofrenia. È spacciata…

Juliet Escoria, autrice e protagonista di un romanzo di finzione che però è basato sulle sue esperienze reali, ci parla con assoluta franchezza, con un linguaggio schietto e nervoso, dello stato di agitazione e confusione che ha portato dalla scoperta, all’accettazione e al superamento di un disturbo mentale. Sincerità che ha anche bisogno di documentarsi. Il romanzo è tassellato da elementi paratestuali che testimoniano la realtà di quanto raccontato; come la lettera che Juliet scrive per chiedere aiuto ai suoi genitori in un momento di lucidità, il braccialetto del ricovero in ospedale dopo il suo primo tentato suicidio, i referti medici, i biglietti scambiati con gli amici, i disegni... Non mancano interventi diretti della scrittrice, ormai adulta, che ci aiutano a ragionare su cosa deve essere stato per lei crescere sentendosi sbagliata e impotente contro qualcosa che la teneva in pugno contro la sua volontà, ma sentendone comunque la colpa. Ci spiegano i tanti errori commessi, la superficialità nel prescrivere farmaci, nel provare terapie di cui non era stata provata l’efficacia. Gli stessi istituti predisposti al trattamento di casi come quelli di Juliet spesso si rivelavano inadeguati. Come quello che frequentò la scrittrice, che fu chiuso poco dopo che lei lo lasciò per problemi legali, violazione di regolamenti, uso improprio di farmaci. Eppure Juliet ce l’ha fatta. Ha avuto un futuro luminoso e ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era posta a sedici anni. È riuscita a essere felice e a rimanere viva.