Nene dopo quasi cinque anni di assenza decide di tornare al suo paese d’origine. Prende una corriera alla stazione di Sarajevo e, mentre sta per salire, l’autista lo riconosce. Lo saluta, lo abbraccia, gli dà forti pacche sulle spalle, quasi a sincerarsi che sia proprio lui e che stia bene in salute. Lo tempesta di domande su dov’è stato, sul perché se n’è andato via e che razza di lavoro fa. L’autista fa parte di quegli uomini che hanno costruito ferrovie, ospedali, mentre, secondo lui, i giovani di oggi non si sa cosa abbiano in testa. Nene si è tormentato a lungo prima di decidere di tornare a casa e lasciare Sarajevo, ma, dopo la conversazione con l’autista ficcanaso, è certo che il rientro sarà più duro del previsto. Sale a testa china sul mezzo, evitando di guardare il conducente, che ha di proposito spostato lo specchietto retrovisore per tenerlo d’occhio. Ci sono ancora due fermate prima di uscire definitivamente da Sarajevo. Salgono passeggeri di ritorno dal mercato carichi di borse di plastica, sacchi di grano e scatole di cartone. Sono per la maggioranza seljaci, contadini, rimanenze di un mondo retrogrado, lontani da ogni forma di progresso o cultura. Persone incapaci persino di prendere un tram, di rivolgersi educatamente ad un impiegato, capaci solo di giurare e nominare Tito in ogni frase. Nene prova simpatia per quei seljaci, in fondo anche lui per lui per gli abitanti di Sarajevo lo è, pur non essendo un contadino. E comunque viene da una cittadina, piccola sì, ma industrializzata, con bagni termali, palazzoni in stile brutalista e altre manifestazioni di civiltà, ma per Sarajevo tutti sono periferia…

Elvira Mujčić, scrittrice e traduttrice con La stagione che non c’era ricostruisce per i lettori ciò che è stata la Jugoslavia tra il 1990 e il 1992, gli ultimi due anni prima della sua disintegrazione. Lei aveva dodici anni quando è scoppiata la guerra, una ragazzina cresciuta in una famiglia socialista che credeva nel sogno jugoslavo e nell’essere tutti fratelli uniti in un’unica nazione. Com’è potuto questo sogno finire così malamente? Una risposta può essere insita nel titolo del romanzo che racconta un atto mancato, l’utopia di un mondo possibile di convivenza tra molte diversità, l’attuabilità di un progetto politico rivoluzionario come la Terza via in un mondo prima polarizzato nella Guerra fredda e poi appiattito sul capitalismo selvaggio. Elvira Mujčić arriva adolescente in Italia da Srebrenica, durante la guerra, con la madre e il fratellino, il padre è stato ucciso nel genocidio e il suo corpo non è mai stato trovato. L’autrice scrive in italiano che non è la sua lingua madre, ma è quella che conosce meglio e il suo stile è chiaro ed efficace non disdegnando neanche l’ironia, caratteristica evidente anche nel romanzo La buona condotta, pubblicato da Crocetti. Le figure di Nene e Merima, protagonisti del romanzo, rappresentano un’intera generazione fatta di artisti, di anarchici, di socialisti, ma anche di coloro che iniziano a essere affascinati dal nazionalismo, che si imbrigliano sempre più nelle questioni identitarie. Il disilluso Nene vorrebbe essere un artista e guarda alla Jugoslavia come se già non esistesse più, con una nostalgia disincantata e scettica, mentre Merima, dopo aver portato scandalo nella sua famiglia con la nascita di una figlia fuori dal matrimonio, Eliza, crede ancora possibile salvare il sogno utopico di una Jugoslavia multietnica e solidale. Eliza svolge un ruolo importante nel romanzo, sarà il suo sguardo a dare una nuova prospettiva. Non ha mai conosciuto e neppure visto il padre albanese, del quale possiede solo un biglietto di auguri per un compleanno. Intorno alla sua figura vige il mistero e sia i nonni che la madre lasciano trapelare poche notizie spesso contraddittorie che stimolano la bimba a cercare il modo per andare alla sua ricerca. Elvira Mujčić per mezzo di questa bambina indaga i non detto, i tabù famigliari e sociali; Eliza è una meticcia, un essere che porta in sé la diversità, impossibile da definire in un momento storico in cui intorno a lei tutti vogliono cucirsi addosso un’identità monodimensionale, ossessionati dalla purezza. I luoghi stessi sono dei protagonisti in questo romanzo. L’autrice, con molto lavoro, ha ricostruito la topografia di Sarajevo di allora, ripristinando i nomi di vie, piazze, ponti che oggi si chiamano diversamente, riapre locali e circoli che non esistono più, per rimettere in scena un tempo e uno spazio geografico precisi e ormai perduti. Ha fatto la stessa cosa con la cittadina di origine di Nene, Merima ed Eliza, che è stata il luogo della sua infanzia, Srebrenica, raccontando la vita di quel tempo. Ecco il perché della S. artificio che toglie l’identificazione pesante di quel luogo. La stagione che non c’era racconta la gioventù e l’infanzia con tutto il carico di vitalità, passione, contraddizione, ricerca, sogni e incertezza tipici dell’età, ma qui collocati sul finire di un Paese.
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