Giulia si sente sospesa come un palloncino che sfugge di mano e ondeggia nell’aria. Non dimentica l’odore di chiuso misto a disinfettante e il ritmo del cuore di suo padre che sfugge al suo corpo e le martella nelle orecchie, il corpo di lui inchiodato al letto in coma farmacologico dopo una lunga operazione, resa necessaria dall’incidente che ha avuto in moto. Per due giorni Giulia si rigira tra le mani il cellulare del padre, che continua a squillare e a ricevere messaggi da una misteriosa “S”: sa del suo incidente e, preoccupata, è decisa a venire in ospedale. Così Giulia prende coraggio e decide di rispondere: spiega che sono giorni difficili, che non può parlare; che ha avuto un trauma cranico e deve rimanere sotto osservazione. “S” continua a scrivere regolarmente, più volte al giorno. Sempre messaggi brevi, ai quali la ragazza risponde in maniera altrettanto breve, mentre il padre continua a dormire, ignaro del fatto che gli sta rubando la vita. La cosa va avanti per un paio di giorni, con la donna che, ormai tranquillizzata, ha abbandonato l’idea di venire in ospedale. Solo una volta Giulia non sa che cosa rispondere, quando gli chiede che cosa doveva dirle la sera dell’incidente. Ha liquidato la domanda con un “Niente di importante”. Ma chi è lei per dirlo? Sta entrando in qualcosa di più grande di lei, che però le sembra necessario per proteggere la loro famiglia. È chiara la presenza di una donna nella vita del padre, e va eliminata. Non immagina sia rischioso, né che potrebbe avere delle conseguenze. Le sembra di avere tutto sotto controllo, anche se ancora non sa fino a che punto potrà arrivare. Si sente come il palloncino scappato di mano che sbatte contro il soffitto; come Alice catapultata in un paese delle meraviglie, in una sorta di labirinto di cui non trova l’uscita. Vorrebbe spaccare il telefonino, farlo sparire. Il gioco le sta sfuggendo di mano e avrebbe bisogno di trovare una via di fuga. Ma il palloncino esplode, spargendo il suo veleno su tutti i protagonisti di questa storia, lei compresa, anche se pensa di avere l’antidoto…

La stagione delle anime fragili di Francesca Tofanari è un romanzo che si muove tra presente e passato con grande sensibilità, indagando i sentimenti più delicati e la vulnerabilità di un legame che sfida la distanza e il tempo. Un evento improvviso spezza l’apparente equilibrio di una famiglia: Andrea, professore di filosofia, resta coinvolto in un grave incidente; viene ricoverato e, dopo una delicata operazione, tenuto in coma farmacologico. Nel silenzio sospeso dell’ospedale, Giulia, la figlia sedicenne, si trova a fare i conti con la paura di perdere il padre, ma anche con ciò che di lui non mai davvero saputo. Controllando nel suo telefono, la ragazza scopre infatti una conversazione con una donna misteriosa, il cui nome è salvato solo con la lettera “S” – Serena, una ragazza incontrata una sola volta, al termine delle vacanze al mare, trent’anni prima. Spinta dalla curiosità e dal bisogno di capire il legame fra i due, decide di rispondere ai messaggi. Da questo scambio nasce un dialogo inatteso che porta a galla un passato fatto di sentimenti profondi, scelte rimandate e legami mai dimenticati. La chiave per ricostruire questa storia d’amore lontana nel tempo, capace però di influenzare il presente, è anche il libro scritto da Andrea: “…una serie di capitoli che sviluppavano la stessa storia in maniera diversa, come una sorta di sliding doors che portavano in varie direzioni, aprendo a finali diversi. C’erano trent’anni di vuoto riempiti di incontri, di lettere scritte e mai spedite, o spedite e mai arrivate; di come sarebbe stato se…, di avvicinamenti immaginati e di distanze volute. Mai un lieto fine”. Giulia si muove su questo territorio insidioso, tra verità nascoste e rivelazioni dolorose, fino a sentire il bisogno di affrontare ciò che è rimasto sospeso. Il romanzo intreccia voci e generazioni per raccontare quanto siano fragili – e allo stesso tempo resilienti – le relazioni umane, e come l’amore, anche quando sembra perduto, possa continuare a lasciare tracce profonde nelle vite di chi resta. Ciò è reso possibile anche dalla presenza di tre piani narrativi: il presente vissuto da Giulia, con lo scambio di messaggi e il tentativo di incontrare personalmente la donna di cui ignora il nome, l’età e l’aspetto; la vicenda sentimentale giovanile di Andrea e Serena, che si delinea lentamente anche attraverso alcune pagine del libro scritto da Andrea La coda della sirena; infine, un narratore esterno onnisciente che esprime le riflessioni dei personaggi e cerca di interpretare ciò che provano. Quello che si configura è una sorta di triangolo affettivo atipico che lascia la moglie di Andrea pressoché assente, ai margini della narrazione, relegata a un’ombra silenziosa, inconsapevole del dramma che si sta consumando. Con il suo gesto, Giulia supera un confine invisibile: entra nella vita privata del padre e se ne appropria. Si tratta di un’intrusione arbitraria, certo, ma nasce dalla paura più primitiva: quella di perdere una persona cara. La ragazza si rende conto della gravità del suo gesto, ma non intende tornare sui suoi passi: “Vorrei scuoterlo e urlargli che siamo noi a prenderci cura di lui, la sua famiglia, sua moglie che non dorme da giorni e sembra l’ombra di se stessa. Lo saprà questo? Lo sente? O quando si sveglierà andrà da lei, come se niente fosse accaduto? Non posso permetterlo”. Andrea e Serena sono legati non tanto da ciò che hanno vissuto, quanto da ciò che avrebbero potuto vivere. Il loro rapporto sembra esistere in uno spazio mentale, alimentato dai ricordi, dalle parole non dette, dalle occasioni mancate per una serie di circostanze casuali e di deviazioni di percorso. Il lettore è portato a chiedersi se quel legame sia davvero un destino interrotto o piuttosto una costruzione ideale, resa potente proprio dal fatto di non essersi mai realizzata: “Ho cercato di dimenticarti, ma il pensiero di te, di ciò che non era stato e avrebbe potuto essere, per molto tempo mi ha pesato sul cuore come un macigno. Ma non ho mai perso la speranza e, nonostante il tuo non esserci, ho sempre creduto che da qualche parte mi aspettassi”. Le loro vite sono il risultato di scelte inevitabili o la conseguenza di un sogno che non hanno potuto inseguire? L’autrice non offre risposte nette, ma suggerisce che a volte ciò che più ci segna non sono le esperienze che abbiamo vissuto, bensì la realtà che continuiamo ostinatamente a immaginare.