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La stagione delle cattive madri

La stagione delle cattive madri
Stanno tutte tagliando il traguardo dei quaranta e non ne sono poi così felici. Amy era un avvocato in ascesa, Jill una sceneggiatrice, Roberta un artista e Karen una matematica. Non lo sono più, o forse sì, ma le incombenze del 'qui e ora' le portano su altri lidi, adesso che hanno dato alla luce un bambino. Sono certamente madri e sono anche donne, ma New York ha le sue regole, come ogni altro luogo al mondo, e l’aver partorito segna un punto nodale nello sviluppo della loro esistenza, nel proseguio (o forse sarebbe meglio dire nell'interruzione) della loro brillante carriera. Come molte donne moderne, al contrario di quelle donne antiche – soprattutto nel dopoguerra – che hanno lottato strenuamente per conquistare uno status di indipendenza dal ruolo sempiterno di angeli del focolare, si trovano a dover fare i conti con i doveri (non sempre piaceri, dunque) di chi ha deciso di coniugare la carriera al ruolo di genitrice. Inutile dire che le giornate vengono monopolizzate dalla piccola creatura urlante, bisognosa di attenzione almeno per i tre anni a venire e forse più, scoglio su cui ci si incaglia pur non volendo nel tentativo strenuo di liberarsi del fardello senza venire meno a nessuno dei doveri di ogni mamma modello. Come coniugare, dunque, l’esperienza nuova e sconcertante dell’essere madre con il desiderio di portare avanti i propri desideri professionali, raggiungendo i traguardi di ambizioni lavorative che sono pur sempre un diritto di ogni donna intelligente e volonterosa?
È questo il punto nodale del nuovo romanzo di Meg Wolitzer, scrittrice di New York già pubblicata da Garzanti con La posizione e acclamata per questo La stagione delle cattive madri come autrice di un romanzo-specchio dei tempi femminili moderni, e soprattutto del ruolo sociale-personale che volente o nolente ogni donna assume nel momento in cui partorisce una nuova vita. È la storia di ogni madre, di una madre universale, si potrebbe dire: cosa è giusto fare? Come riuscire a non annullarsi senza venire meno alle proprie responsabilità? La vita che un bambino impone sarà come quella di prima? È lecito pensare che la risposta sia no, ma sarebbe bello riuscire a non cadere in depressione, tentare di non ridurre il proprio ruolo alla poppata o al cambio del pannolino, uscire dal circolo vizioso che impedisce di pensare a se stesse in nome di un amore totalizzante che si fa talvolta spersonalizzazione e dimenticanza verso se stesse. Che cosa desiderano davvero le quattro madri raccontate dalla Wolitzer? Sono madri senza macchia, impeccabili, perfette quando si tratta di espletare il loro compito ma… nel profondo, non si sentono forse un po’ frustrate? Non vorrebbero forse dedicare più tempo a loro stesse, tentando di armonizzare il loro lavoro e i loro desideri con quella che viene definita – e nessuno forse ci metterebbe bocca – la cosa più bella del mondo? Un romanzo corale sulla solitudine dell’essere madre, una storia di cuore che scandaglia la sensibilità femminile nel profondo tentando di dare uno spaccato lucido e reale, comprendendo gioie e dolori. Illuminante nella sua estrema accessibilità narrativa.