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La stagione delle Erinni

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Prologo. Il sogno della cerva bianca. Roma anno 68 I ab Urbe condita, il giorno prima delle none di maggio (6 maggio, 72 a. C.). Nudo, immobile, Quinto Sertorio cerca dentro lo specchio quel che resta di sé con l’unico occhio che gli rimane, ma non scorge nulla di familiare. Si disprezza e punta la daga contro la propria immagine: i morti lo incitano. Vede i bambini della sua scuola e se stesso, illuminato dalle fiamme, assistere impassibile al loro massacro. Impugna la daga con due mani e punge la pelle alla bocca dello stomaco, ma proprio mentre sta per affondare la lama si sente urtare: la sua cerva bianca gli lecca la mano. Lascia cadere l’arma: non oggi, forse. Il caldo è soffocante. Cede al sonno, ma viene svegliato da voci impegnate in un’accesa discussione. La tensione e la paura stanno imputridendo migliaia di ribelli mariani venuti in Hispania per lui, attratti dalla sua fama e dalle idee di Mario. Tra gli ufficiali romani venuti alla sua porta, Marco Perperna Ventone, il capo dei mariani accampati nella piana, chiede di parlare da solo con lui. Per dieci anni — da quando Quinto Sertorio ha resistito alla furia di Roma grazie ai suoi veterani e ai barbari lusitani e celtiberi, che ha cercato di far combattere fianco a fianco con gli uomini di Perperna — hanno continuato a lottare nonostante l’inferiorità di mezzi e di uomini, ma adesso è finita: Gneo Pompeo Magno e Quinto Metello Pio, a capo delle legioni leali al senato, stanno spingendo i mariani verso la sconfitta. In Sertorio, sempre più disperato e isolato, non c’è traccia del soldato romano che è stato. Perperna gli chiede di tornare in sé, di prendere una decisione, di scendere al campo per partecipare a un tavolo di guerra… Rimasto solo, mosso da un improvviso furore, incide una tavoletta e ordina allo scrivano di ricopiare quelle righe e di affidarle al messaggero più fidato e veloce. Vestito con l’armatura e le armi, si dirige verso il campo di Perperna, seguito passo passo dalla cerva avuta in dono dai capi iberici che lo hanno adorato come un semidio liberatore. L’animale si appoggia all’uomo in cerca di una carezza, gli fruga col muso nella mano, ma non trova nulla: Sertorio la bacia e la sgozza. Col petto stretto contro quello dell’animale, attende che il proprio cuore rimanga il solo a battere...

Basato su una solida conoscenza degli eventi della storia romana antica, La stagione delle Erinni ha come protagonisti gli stessi personaggi — alcuni realmente esistiti, altri di fantasia — incontrati dal lettore nel precedente Il diritto dei lupi: il famoso oratore Marco Tullio Cicerone, l’ex centurione Tito Annio Tuscolano, detto il Molosso, Astragalo, l’amico di molte battaglie e disavventure, Flavia Polita, rispettata lenona della Suburra e i due ambiziosi pretori in carica, Marco Licinio Crasso e Quinto Ortensio Ortalo. Sullo sfondo, Pompeo e le ribellioni fomentate da Sertorio e da Spartaco. Approfittando della fama di coraggioso oratore, Cicerone si è fatto un nome come esperto nel gestire controversie in cui il contendere è rappresentato da grandi somme di denaro: Quinto Nevio Capella vorrebbe il suo parere in merito a una “grave questione”, ovvero l’eredità di venti milioni e mezzo di sesterzi della figlia Plauzia, da poco vedova del senatore Lucio Valerio Flacco Poplicola — eredità che la famiglia di quest’ultimo contende ai Capella e di cui si sono perse le tracce. Oltre a Cicerone, nell’indagine vengono coinvolti anche Tito Annio Tuscolano, che da otto anni manca da Roma e viene ingaggiato da Crasso, e, per questioni molto personali, Mammina, Flavia Polita, moglie di Tito: insieme dovranno spiegare alcune morti sospette e trovare il legame con un tentativo di complotto fallito ai danni della Repubblica. Cicerone, sempre accompagnato dal fido scrivano Tirone, userà l’intuito e il ragionamento; Tito farà quello che il Molosso di Crasso era solito fare: andare a caccia; Mammina, invece, potrà contare sul coraggio e sulla forza della disperazione e, protetta dai due energumeni che mantengono sicuri i suoi affari, Castore e Polluce, sarà una delle “Erinni” in cerca di vendetta. Le descrizioni riescono a dare vita a persone, luoghi, usi e costumi dell’epoca, dal cibo all’abbigliamento, dalle architetture ai gioielli, dalle fastose ville dei nobili alla Suburra; le sequenze in cui l’azione si sviluppa in modo avvincente danno ritmo alla narrazione; i colpi di scena che si susseguono nel finale offrono un’ampia e coerente visione d’insieme. E fra i tanti pregi di questo romanzo c’è la modernità di alcuni dei temi affrontati: le attività che oggi definiamo di “intelligence” e che non sono poi tanto cambiate, come la raccolta di informazioni, tecniche di spionaggio, controspionaggio, infiltrazione, operazioni segrete, uso di codici; l’ispezione esterna di autopsia svolta senza incidere le carni, ma in modo che il corpo della vittima possa “parlare” un’ultima volta; la concessione della cittadinanza romana e l’apertura verso popolazioni straniere… Anche il linguaggio, con l’inserimento di alcuni termini latini, contribuisce a definire in modo realistico personaggi, ambienti e classi sociali. L’uso, per altro modesto, di un termine “colorito” tipico del nostro intercalare, è forse l’unica piccola forzatura.