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La stanza degli specchi

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Al Hendrix arriva dal Canada. Lì i neri non se la passano male ma, per un motivo o per l’altro, l’allora giovanissimo padre di Jimi fa fatica a sbarcare il lunario. Seattle offre di certo più opportunità… Sì, ma il denaro non è l’unico motivo: a Seattle c’è la Main Stem, coi suoi meravigliosi club per la sua gente, dove Al può fare due delle cose che ama di più: bere e ballare. Lucille Jeter ai quei tempi va ancora a scuola e, anche lei come Al, ama ballare oltre che essere una discreta cantante. Presto, comincerà ad essere anche un’amante del bicchiere. Tra i due è passione all’istante, tanto che lei resta incinta ancora minorenne. La famiglia di Lucille non ne è felice, ma neanche ne fa una tragedia: tutto sommato, quel ragazzo non è così male. In quel pancione c’è Jimi e Al non potrà vederlo venire al mondo perché a Pearl Harbor è successo un gran casino, ed è ora di andarsene in guerra. Durante i tre anni passati a servire lo Zio Sam, Al è assente nella vita di Lucille e Jimi in tutte le maniere possibili, soprattutto quelle economiche. Lucille ha un bisogno disperato di aiuto e lo cerca anche da altri uomini. Al ritorno dal fronte, Al tenta di ricostruire quello che resta della sua famiglia e, per un po’, le cose sembrano andare bene. Ma tutto precipita in fretta: Al e Lucille fanno il tira e molla e, quando vanno d’accordo, si prendono sbronze colossali nei club cittadini. Arrivano altri figli, alcuni vengono dati in affidamento, Lucille se ne va di casa e precipita nell’inferno che le sarà fatale. Jimi è un ragazzino pieno di fantasia, ama la fantascienza, racconta storie di “fratelli” che fanno fortuna e tornano nei loro vecchi quartieri e, soprattutto, si procura una chitarra con una corda sola con cui fa ogni tipo di esperimento sonoro. Qualche anno dopo, Al deciderà di comprare a rate una chitarra elettrica al ragazzo, non rendendosi conto che, appena è entrato il quel piccolo negozio di strumenti musicali, la storia del Rock è cambiata per sempre…

È per me impossibile leggere un libro su Jimi Hendrix senza ripensare alla storia di Camilla e Bernardo che, nel bellissimo film del 1992 di Carlo Verdone Maledetto il giorno che t’ho incontrato, partono per un’avventura oltremanica alla ricerca di un incredibile scoop sul cantante e chitarrista afroamericano, finendo per ritrovare loro stessi. All’inizio del saggio biografico scritto da Charles R. Cross, esattamente come nel film, c’è addirittura un piccolo colpo di scena legato anch’esso a un cimitero. Verdone non ci ha mai fatto sapere com’è stato il libro di Bernardo. Sappiamo però che La stanza degli specchi, con le sue oltre quattrocento pagine, è il tipo di volume che ogni fan vorrebbe leggere e che ogni non fan troverebbe comunque interessante, in virtù di una spiccata capacità del suo autore di rendere avvincente (soprattutto) il lato umano dell’artista. Chiunque abbia mai vagamente masticato di musica, alla visione di una Fender Stratocaster (soprattutto se nell’allestimento mancino) ripensa automaticamente alla folta chioma e ai vestiti hippie di Hendrix: un immaginario collettivo in grado di scavalcare gente del calibro di Pete Townshend, David Gilmour e Yngwie Malmsteen. In pochi conoscono, però, la storia fatta di integrazione razziale, di estrema povertà, di sofferenza e di abbandono che si cela sotto il gigantesco peso del Mito di Hendrix, troppo spesso banalizzato da inutili discussioni su virtuosismo e “Club 27”. Un libro da leggere tutto d’un fiato, preferibilmente con il bellissimo Electric ladyland del 1968 in sottofondo.