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La stanza delle mele

La stanza delle mele

Daghè, estate 1954. Giacomo Nef ha undici anni e, da quando sono morti i suoi genitori, vive con i due fratelli a casa dei nonni paterni in una piccola frazione di Livinallongo, alle pendici del Col di Lana, nelle Dolomiti di Belluno. Quel giorno il nonno gli ordina di tornare nel bosco, nel Bosch Negher, a recuperare la roncola che ha dimenticato la mattina. La nonna sta cuocendo l’orzo per la minestra, i fratelli a battono la segale appena raccolta, il nonno accende la stufa, ma il suo tono di voce aspro non ammette incertezze. Così, anche se il cielo si illumina di lampi in mezzo a nubi nere che avanzano rapidamente da nord, Giacomo si mette subito in cammino. Passa vicino al pollaio e viene investito dal nauseabondo odore del mader, la faina che il nonno ha ucciso lasciato lì vicino come avvertimento per le altre, affinché non venga loro la voglia di ripetere la strage di polli. Fiuta l’aria carica d’umidità e valuta che se si muove con rapidità, riuscirà a tornare a casa prima che scoppi il temporale. Corre in direzione di Ciampalò, sull’antico sentiero del Triòl dei Mòrc, la via dei morti, fino a raggiungere il punto preciso del Bosch Negher dove la mattina era con il nonno a far legna e ramaglie. Osserva intorno alla ricerca della roncola, mentre inizia a grandinare, quando un lampo illumina la fitta selva e il tuono fa vibrare la terra e a quel punto Giacomo vede una grande ombra che pende da un ramo, è proprio...

La stanza delle mele di Matteo Righetto racconta la montagna, non quella turistica della settimana bianca o del trekking, ma quella che è stata testimone di troppi dolori e tragedie, quella che è casa, dura, schietta, piena di profumi, colori, in cui in pochi minuti si passa dal sole al temporale. Ci vuole pazienza e determinazione per raggiungere ogni vetta, che sia la cima di un monte o svelare un mistero, doti che appartengono anche al piccolo protagonista di questa storia “ossuto ma pieno di vigore e energia come un giovane capriolo”. I personaggi del romanzo sembrano scolpiti nel legno di ciliegio “duro, pesante e compatto”, ognuno con le proprie caratteristiche, diversi nella forma e nell’essenza, ma tutti indimenticabili. Lo stile narrativo, con interessanti incursioni di termini in lingua ladina, è asciutto ma ricco di dettagli che danno proprio l’impressione di essere in mezzo a quella comunità cocciuta, di respirare il buon odore del cirmolo o dell’erba bagnata, di sentirsi alle spalle la tempesta. Ogni pagina trasuda amore, nostalgia, dolore e ci fa toccare con mano quanto nella vita ciò che fa la differenza è lo sguardo, l’atteggiamento con cui affrontiamo anche le situazioni più pesanti, tanto che Giacomo rinchiuso nella stanza delle mele per punizione, trova proprio in quello spazio angusto l’opportunità di riscatto. Al centro del racconto c’è l’uomo e i suoi segreti, l’uomo e la paura che qualcuno scopra quella “zona oscura”. Si legge in un fiato, avvolti da un’atmosfera intima in cui realtà, storia e leggende riecheggiano da una pagina all’altra.