È una mattina di luglio e da un sonnolento capoluogo di governatorato si muove un calesse in pessime condizioni, ricco di cigolii di vario genere che sembrano quasi instaurare un dialogo l’uno con l’altro, le ruote con la secchia che traballa in coda al carro. Al suo interno si trovano un prete, padre Christofor e il mercante Ivan. Oltre al cocchiere, un ragazzo di vent’anni di nome Denis c’è anche un bambino di nove anni di nome Egóruška. Quest’ultimo è il nipote del mercante Ivan: i genitori hanno approfittato di un viaggio di affari dello zio per trasferire il ragazzo in un’altra città per iniziare un percorso di studi appropriato per il fanciullo. Come è facile comprendere, Egóruška soffre molto di questa separazione e per lui il mondo è un luogo grande e spaventoso, pieno di pericoli e di minacce. Questo senso di ansia aumenta man mano che i luoghi noti scompaiono dalla sua visuale per dare spazio alla steppa, questa grande distesa apparentemente tutta uguale, simile a un grande organismo vivente, impossibile da accogliere con un solo sguardo. La civiltà cede improvvisamente il passo alla natura selvaggia e incontaminata e un mulino a vento vecchio e rattoppato, visto in lontananza, può sembrare un gigante che staglia la sua figura spaventosa all’orizzonte…

Quando si parla di romanzi on the road si pensa di solito alla letteratura statunitense, con i suoi ampi spazi e con i suoi personaggi pittoreschi e insoliti. Eppure anche la Russia ha distese immense che nulla hanno da invidiare agli spazi del Nuovo Continente. In quanto a personaggi, come insegna Gogol’, ne troverai di curiosi in Russia anche nei luoghi più insospettabili. In effetti la Russia ha una lunga tradizione di letteratura di viaggio, basti pensare al Viaggio da Pietroburgo a Mosca di Radiščev, che alla fine del XVIII fece infuriare persino la zarina Caterina II con il suo on the road fatto di arretratezza e degrado. In questo caso Čechov vuole soprattutto raccontare la storia di un viaggio dal punto di vista di un bambino sradicato dai luoghi abituali e immesso in un ambiente ignoto. Senza dubbio la steppa diventa metafora esistenziale, ma è anche un luogo fisico popolato da vegetazione, fauna e viaggiatori non sempre animati da intenti benevoli. Tutti i personaggi che incontra Egóruška prima di essere qualificati dall’aspetto, dall’età o dallo status sociale sono prima di tutto definiti dal rapporto che hanno con la steppa. Chi si trova in quel nulla di passaggio lo percepisce solo come un luogo noioso nel migliore dei casi e ostile nel peggiore. Chi è nato e cresciuto nella steppa ha una relazione speciale con questo luogo ed è in grado di vedere quello che è invisibile ai più. La steppa diventa così un’entità che custodisce segreti preziosi, disponibili solo a chi è in grado di sentire la sua grandezza. Questo romanzo breve (scritto a 28 anni) dimostra già una modernità notevole nel suo conflitto tra uomo e natura e nel voler raccontare uno spaccato di vita senza necessariamente risolverlo. Quello che resta è il mistero di una vita all’inizio, specchio fedele di un luogo geografico dove tutto è in costante evoluzione pur restando sostanzialmente uguale. Ottima la traduzione di Paolo Nori, che restituisce la novella nella sua modernità togliendo tutte quelle noiose patine ottocentesche che potrebbero renderla a noi distante.