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La Storia senza redenzione

La Storia senza redenzione

La narrativa moderna del Mezzogiorno vede in Giovanni Verga un capostipite indiscusso; il che sancisce, da un lato, la centralità della Sicilia rispetto alle regioni peninsulari e, dall’altro, una traiettoria ben precisa verso una narrazione di cronaca, denuncia e antitesi rispetto a ogni idea di progresso o redenzione storica. E così la letteratura meridionalista si intreccia alle inchieste sulla questione meridionale, alle riflessioni sociologiche sull’assenza di una borghesia, al revisionismo storico sugli eventi del Risorgimento. Salve le poche eccezioni, come quella rappresentata da Elio Vittorini o da Ignazio Silone, si impone nella narrazione del Mezzogiorno un canone: di un’identità meridionale che interviene sulla scena soltanto in ribellioni estemporanee e infruttuose, di una letteratura che è solo rappresentazione delle problematiche sociali, di una narrazione che nega radicalmente ogni utopia. Con Carlo Levi, poi, il racconto del sud Italia prende un’altra piega; ma esso rimane pur sempre fuori – o al di sotto – della storia, rimane essenzialmente contadino, statico, arcadico. Sia che si immagini originaria condizione contadina, immutata attraverso i millenni e sconfitta dalla storia, sia che si riproponga una denuncia sociale cruda e disincantata, questi paradigmi permangono nella letteratura fino ai nostri giorni, tingendo di nostalgia verso un passato immaginario ogni tentativo di narrare le politiche postbelliche, l’emigrazione, l’industrializzazione, i terremoti, il passaggio incomprensibile da un’epoca ancora premoderna a una già postmoderna...

Dal meridione d’Italia vengono l’estro e la fantasia di Giambattista Basile, così come l’idea di una Storia come creazione umana e spinta verso il progresso, un’idea di Vico che avrà tanta fortuna nella cultura europea. E però, dall’Unità ad oggi, il racconto del Mezzogiorno sembra fermo a quel paradigma che da Verga a Saviano limita la letteratura alla cronaca e alla denuncia. Oppure, d’altra parte, non si riesce a superare la nostalgia per quel mondo contadino, arcadico e astorico, cantato da Carlo Levi, senza saper narrare il procedere della storia – le emigrazioni, la politica, l’industria – se non come una caduta dall’Eden. In questo libro di Giuseppe Lupo – saggista, romanziere e docente di letteratura italiana contemporanea – vengono passate in rassegna le narrazioni, i modi di raccontare il sud Italia attraverso gli snodi storici degli ultimi due secoli: De Roberto e Tomasi di Lampedusa, Pirandello e Sciascia, Levi, Silone, Vittorini, fino alle più recenti proposte di Saviano, Nigro o Catozzella. L’autore ricostruisce, commenta, argomenta con agilità – al prezzo di dare per scontata la conoscenza degli autori citati – attraverso le varie fila della questione, riuscendo a trarne un’interessante prospettiva d’insieme. Soprattutto al sud, il racconto viene dopo la storia, la letteratura viene dopo i fatti: ogni scrittore, di fronte alla pagina bianca, può decidere se fermarsi ai fatti o provare a immaginare una via di fuga, un’utopia, una redenzione.