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La strada per Chevreuse

La strada per Chevreuse

A rue du Docteur Kurzenne, nella valle di Chevreuse, il giovane Jean sembra avere lasciato cuore, ricordi e segreti ma ora, per uno strano caso del destino, pare quasi costretto a ritornarci. Due delle sue recenti conoscenze femminili intendono trasferirsi proprio dove lui ha trascorso la maggior parte della sua infanzia. Il viaggio da Parigi a Chevreuse è per lui un viaggio a ritroso durante il quale il giovane confonde e sovrappone paesaggio e ricordi personali. Suoni. Colori. Soprattutto voci. Ma Jean, guardandosi bene dal mettere a parte le sue amiche del suo stato d’animo, si comporta come se nulla fosse. Come se quel posto lo vedesse per la prima volta e dato che è sempre stato un giovane di poche parole, si trincera dietro un silenzio confortante, rispondendo alle domande o alle conversioni con pochi monosillabi. Nulla, però, può fare quando davvero arriva a rue du Docteur Kurzenne. La mano potentissima e forte del passato lo inchioda a tutti i suoi ricordi, che sembrano concentrarsi particolarmente nell’appartamento dove vive un certo signor Heriford con un bambino di pochi anni e una giovanissima governante. È come spalancare la porta della memoria e, nuovamente, vedere le persone che molti anni prima, di sera, venivano invitate in quello stesso appartamento dal proprietario e vi si trattenevano fino all’alba. E anche lui, si rammenta, di esserci stato un paio di volte con la sua amica Teschio. Si ricorda ora di avere provato ad ascoltare le conversazioni che si tenevano in quell’appartamento con la musica di sottofondo che copriva quasi tutto e mai era riuscito a comprendere bene le parole, in più le persone che le pronunciavano a lui sembravano poco più che delle ombre. Ombre che, a fine serata con la luce del salotto che si faceva sempre più tenue e la musica di sottofondo che si faceva sempre più forte, smettevano tutte le conversazioni e si congiungevano sui divani dove la musica copriva sospiri e bisbigli. Ora, in quello stesso appartamento, insieme alle sue amiche, alla luce del sole Jean non può non chiedersi se in quella casa lui ci sia stato davvero o il tutto appartiene solo al sogno ricorrente che ormai non lo abbandona da tempo…

Se non si è letto mai nulla di Modiano, forse sarebbe preferibile cominciare con un testo meno complicato de La strada per Chevreuse. Ma non perché si sia lettori incapaci, piuttosto perché magari si è lettori metodici, che preferiscono approdare gradualmente alla bibliografia di uno degli autori contemporanei più meritevoli del Nobel per la Letteratura degli ultimi decenni (lo ha vinto nel 2014). E che la letteratura sia stata immeritevolmente fagocitata dalla narrativa da metà del Novecento a oggi ma comunque sia sopravvissuta lo si deve proprio ad autori come Modiano e a libri come La strada per Chevreuse, in cui dalla costruzione dei personaggi al tema della ricerca di sé stessi, dal linguaggio che non accorda sconti al modernismo dello stile contemporaneo alla tecnica di narrazione della finzione/non finzione, il lettore si ritrova tra le mani un mappamondo di stati-libri che rimanda all’intera storia della letteratura ottocentesca, il cui fulcro rimane l’indagine dei sentimenti e delle emozioni umane. Si potrebbe citare Proust, ma anche Hugo e Balzac, o Flaubert e Stendhal con capolavori come Madame Bovary e La Certosa di Parma. Il filo conduttore è sempre il medesimo: l’essere umano può perdersi, sovrastato da forze imponderabili e contrarie, ma può altresì ritrovarsi se lo desidera sul serio. Modiano, a tutto questo, aggiunge una caratteristica profondamente sua, la malinconia, intesa nel senso etimologico di mélaina (scuro, nero) e cholé (bile). Con questo elemento/non elemento costruisce in ogni romanzo la sua “ricerca” che ne risulta, pertanto, sminuzzata e per questo ricostruita solo avendo il diletto di leggere l’intera sua produzione. E si ritorna al suggerimento iniziale, che rimane, però, esclusivamente un suggerimento.