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La strada dei fiori di Miral

La strada dei fiori di Miral

Gerusalemme, 1948. Hind Husseini, orfana di un giudice dell’impero ottomano, nei pressi del Santo Sepolcro si imbatte in un gruppo di bambini scalzi con le guance sporche di fango e i capelli impastati di polvere: sono i sopravvissuti al massacro di Deir Yassin, perpetrato dalle milizie dell’Irgun con il beneplacito dell’esercito ufficiale israeliano. Hind avverte immediatamente che la sua vocazione è quella di prendersi cura di quei bambini: li porta con sé nella propria villa e qualche tempo dopo, grazie all’impegno profuso presso le autorità locali e ricchi finanziatori, nasce l’istituto di Dar Al Tifel. Questa scuola diviene un’istituzione indispensabile per la città di Gerusalemme, pronta ad accogliere gli orfani di guerra e ad offrir loro la possibilità di ricevere un’adeguata educazione come arma di difesa ad una città lacerata dal conflitto e dal sangue. Sullo stesso sfondo, in una città diversa, Haifa, c’è Nadia, anche lei orfana, la cui vita è imprescindibilmente segnata dal nuovo marito della madre che sottopone lei e la sorella ad una serie di violenze, da cui un giorno decide di liberarsi. Nadia ricomincia una nuova vita, in un’altra città e conosce l’amore di Jamal, con cui ha due bellissime figlie, Miral e Randa. Le vite di queste due donne inevitabilmente si intrecceranno quando Miral entrerà nel collegio di Dar Al Tifel, dove la giovane cresce sotto lo sguardo vigile di Hind, sempre attenta a preservare la sua istruzione e a tenerla lontana dall’impegno politico, su cui la ragazza sembra rivolgere progressivamente la sua attenzione...

La strada dei fiori di Miral è un romanzo che narra di una Gerusalemme tutta al femminile, dove tradizionalmente la visione comune potrebbe pensare che il ruolo delle donne sia inferiore a quello degli uomini. Il primo esempio è costituito da Hindi, che non diventerà mai moglie di nessuno, ma preferisce essere madre di tutti le orfane che varcano la porta del suo collegio, per le quali si adopera, chiedendo aiuto alle persone della sua comunità e scontrandosi con una mentalità maschilista, al fine di rendere il proprio istituto un luogo di riferimento per la città. Parimenti, anche Nadia sfugge ad una vita che la vorrebbe incatenata ad Haifa a subire le violenze di colui che dovrebbe sostituire la figura paterna e si dà ad uno stile di vita libero e indipendente, pensando che possa essere la risposta alle sue inquietudini e il primo passo verso la felicità. Infine, c’è Miral che, possedendo l’indipendenza genetica della madre e sotto l’influenza di Hindi che la vuole aperta di mente e tollerante in un clima storico che, al contrario, sembra fomentare un’atmosfera d’odio e incitare allo schieramento, vive la propria vita con tutte le domande sull’amicizia, sull’amore, sul futuro, in questa continua tensione. Da un lato la possibilità di solidarietà e di fratellanza tra arabi ed ebrei, come dimostra l’amicizia tra Miral e Lisa; dall’altro la rabbia di Khaldun, il quale pensa che l’unica arma per la ‘causa’ sia imbracciare un fucile e partire per l’addestramento in Libano o l’ideologia di Fatima, imprigionata nel pericoloso ragionamento che “nessuno può esser libero se il proprio popolo non lo è”, volto a ritorcersi contro chiunque cerchi altri modi, diversi dalla lotta per il proprio Paese, per sopravvivere e cercare di fare qualcosa. La prosa scorre, inframmezzata dalle vicissitudini personali delle ragazze ospiti del collegio, con numerosi riferimenti storici, tesi a proiettare il lettore nella situazione storica in cui la vicenda si svolge. Lo stile è quasi poetico, apparentemente lontano dal genere autobiografico, e la lettura scorre piacevole perché non vi è alcun evidente giudizio politico sotteso. Rula Jebreal racconta la sua infanzia, trascorsa in un orfanotrofio, e affida ai personaggi della storia i propri ricordi e quelli di un’intera generazione, divisa tra la lotta e il desiderio di pace, ma, alla fine, sconfitta perché, seppur profondamente innamorata della propria terra, è costretta ad abbandonarla per vivere la propria vita.