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La strada di sabbia e di ossa

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Corrie Swanson non ha avuto la fortuna di nascere in una tranquilla famiglia borghese della “middle class”, ma è intelligente sveglia e intraprendente, si è laureata e grazie alle sue capacità (e con un piccolo aiuto per decidere la sua strada) è riuscita a diventare un agente speciale dell’FBI. Sono otto mesi ormai e francamente sperava in qualcosa di più eccitante, sta ancora prendendo le misure, per così dire, del suo supervisore, l’agente speciale Morwood e dei suoi strani modi per dimostrarle apprezzamento. Una chiamata proveniente dalla radio di servizio mentre sono sulla mitica Route 66 a bordo di un “sobrio” pick-up rosso li fa deviare e trasforma il viaggio in una lezione teorica che presto si trasformerà in una drammatica operazione. Qualche giorno dopo, Corrie viene inviata in una zona quasi desertica, dove un cacciatore di reperti archeologici prima di essere arrestato ha trovato e iniziato a disseppellire un cadavere. Giace lì da decenni e presenta delle particolarità interessanti: Corrie teme che la sua laurea in archeologia non sia sufficiente per preservare eventuali prove nel caso si trattasse di omicidio. Chi meglio di Nora Kelly, l’archeologa ora curatrice dell’Istituto archeologico di Santa Fe? La donna è impegnatissima, in odore di promozione e non vorrebbe proprio togliere tempo a quello che sta facendo, ma Corrie è decisa a mettere in campo qualunque strategia possa convincerla. E con successo, tant’è che il giorno dopo si stanno recando insieme nella terra che fu degli Apache…

Nora Kelly appare per la prima volta nei romanzi di Preston & Child nel 2002: è un’archeologa del museo di storia naturale di New York fidanzata con un giornalista, William Smithback Jr., che diventerà un “amico” dell’agente speciale Pendergast e in un romanzo successivo purtroppo verrà ucciso (il libro è dedicato proprio a lui). L’altra protagonista è Carrie Swanson, e anche lei come Nora nelle sue precedenti apparizioni è stata comprimaria di Pendergast. Preston & Child hanno al loro attivo in coppia oltre trenta romanzi e non ne hanno sbagliato uno. Andando oltre il loro personaggio di punta – l’agente Pendergast, appunto (parlarne richiederebbe almeno il triplo dello spazio) – gli hanno affiancato anche se non stabilmente, e non necessariamente insieme, le protagoniste di questo romanzo. Nora e Carrie, diversissime ma perfettamente complementari: una dedita in toto all’archeologia e alla carriera accademica, l’altra laureata anche lei in archeologia ma diventata un’agente dell’FBI assolutamente degna del suo mentore. Gli autori, da professionisti quali sono, si documentano in maniera quasi maniacale, restituendoci ambientazioni e descrizioni anche storiche perfette; l’omicidio, ammesso che si possa definire così – nessuno spoiler, tranquilli – risale a moltissimi anni prima del ritrovamento casuale del corpo e Carrie con un’indagine quasi ineccepibile troverà la soluzione, ma quello che colpisce è l’ambiente o meglio l’ambito in cui tutto è accaduto. Si parla di invasori spagnoli che hanno tentato di sottomettere i nativi americani, gli Apache nello specifico, e di come ancora oggi si favoleggi di tesori nascosti nelle gallerie nelle miniere lungo i canyon e di quanta gente ancora li cerchi. Raccontano inserendole senza sforzo apparente le tradizioni di popoli leggendari, di come alcuni dei loro discendenti si siano perfettamente integrati senza perdere un grammo del passato. Se un difetto c’è – ma ce lo voglio mettere a tutti i costi – è la sovrabbondanza di acronimi, che d’altra parte nella complessa (a dir poco) organizzazione militare americana è la norma. Ma è talmente affascinante tutto il resto, che ci si passa sopra senza nemmeno farci caso. Un romanzo per tutti, per chi ama l’avventura à la Wilbur Smith e per chi preferisce avere il tempo di “sedimentare” fra un’emozione e l’altra. Con una menzione per Rosa Prencipe, la traduttrice, che è a dir poco impeccabile.