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La strada di Smirne

La strada di Smirne

C’è ancora strada da fare dopo essere scampati al massacro, per i giovani eredi di Shushanig. Da Aleppo, dove si è radunata la massa dei diseredati armeni sfuggiti al massacro, c’è da trovare la strada verso la salvezza, che in quegli anni si trova ad ovest: l’Europa, o, più in là, l’America. Dopo aver messo piede insieme ai figli su una nave diretta a Venezia, verso lo zio Yerwant e la sua ampia villa nel padovano, Shushanig può finalmente abbandonarsi alla stanchezza e alla disperazione, può lasciare che le immagini terrificanti che ha dovuto vedere la sovrastino e le chiudano gli occhi sfiniti: può ricongiungersi finalmente con il marito. I ragazzi sono ormai in buone mani. Ma non è così per tutti i giovani armeni. Decine di migliaia di orfani ammassati ad Aleppo attendono di conoscere il loro destino. La Prima guerra mondiale è da poco finita e sembra aver messo i turchi in ginocchio. A Smirne, presa dai greci, si apre una parentesi, una finestra di speranza anche per gli armeni scampati al massacro. Ismene, la lamentatrice greca fedele a Shushanig, conduce in quella città gli orfani. Qualcuno fra gli armeni osa addirittura tornare nel cuore dell’Anatolia per vedere se è possibile spostare le macerie e rimettere in piedi una vita. Ma invano. I greci si lasciano cullare dal sogno della “Megali Idea”, la tentazione di riconquistare ai turchi i territori anatolici abitati dai greci. E sembra quasi che possa funzionare. Ma quel sogno andrà letteralmente in fiamme e in fumo il 13 settembre del 1922, spazzato via dall’esercito turco guidato da Mustafa Kemal. Una nave, ancora una volta, solcando le acque in cui si riflettono le alte fiamme che bruciano Smirne, metterà in salvo gli orfani di Ismene, conducendoli per i sentieri incerti della diaspora…

Si chiude così il secondo capitolo della tragica vicenda armena raccontata da Antonia Arslan. Nel primo libro, La masseria delle allodole (trasformato in film dai fratelli Taviani nel 2007), avevamo visto la brutale violenza del genocidio abbattersi sulla famiglia di Sempad e Shushanig. Avevamo visto la marcia disperata e forzata verso il deserto siriano, verso Aleppo, verso tenui speranze di salvezza. In questo secondo libro, vediamo quelle tenui speranze farsi pian piano certezze, vediamo lo schiudersi di orizzonti nuovi che sebbene mai potranno esorcizzare il dolore, lo sradicamento, la perdita, almeno possono promettere un futuro, un susseguirsi di giorni che gradualmente riempiano il vuoto lasciato dietro. Il romanzo qui si divide in due direzioni: se da un lato seguiamo i figli e le figlie di Shushanig che approdano in Italia dallo zio Yerwant, dall’altro seguiamo i destini di quegli orfani che fra il 1919 e il 1922 hanno creduto di poter ricominciare a vivere nella Smirne controllata dai greci (la Smirne del rebetiko), negli anni in cui il Trattato di Sèvres aveva sancito la mutilazione dell’Impero ottomano e ampie tutele per le minoranze etnico-religiose. Quella fase sarà icasticamente conclusa dal grande incendio di Smirne e da un nuovo trattato, quello di Losanna, che costituì territorialmente (salvo piccole modifiche successive) la Turchia per come la conosciamo oggi.