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La struttura dell’iki

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Come poter rendere chiaro e intellegibile l’iki - il suo significato, la sua essenza - a chi non lo conosce? Si deve per forza di cose procedere con ordine: comprendere se esistono parole con lo stesso, medesimo significato in altre lingue; trovare quelle caratteristiche proprie dell’iki - quei tratti, quelle sfumature - che lo differenzino rispetto a termini simili. Si tratta, quindi, sia di definirne l’unicità che di renderne comprensibili le sue manifestazioni con esempi visivi, uditivi, tattili. L’iki, innanzitutto, ha a che fare con la seduzione: non a caso è tipico delle geishe o, almeno, delle tatsumigeishe o haorigeishe che godono di un certo potere di scelta in merito ai favori da concedere all’uomo. La seduzione di cui l’iki si fa portavoce, infatti, è più che altro una tensione che non trova risoluzione: quando due persone si uniscono eliminando la distanza fra loro creano le premesse per sentimenti di noia e di disgusto dovuti al soddisfacimento delle proprie pulsioni. La vera seduzione, invece, trova la sua ragione d’essere nell’accorciare -ma mai eliminare- quello spazio che separa due persone che si desiderano e nel mantenere una attesa che sempre si rinnova. L’iki ha a che fare anche con altre due qualità: l’energia spirituale e la rinuncia. Con la prima si intende una sorta di presenza viva, una concentrazione e una miscela di impegno e divertimento tipica dei “figli di Edo”; con la seconda un atteggiamento di distacco dovuto alla conoscenza profonda della mutevolezza e della illusorietà della realtà…

Kuki Shūzō ci offre un saggio molto curioso. Il suo intento, riuscito, era di delineare e far comprendere il termine iki, tipicamente riferito alle geishe (e il regesto a fine libro, utilissimo, descrive esattamente ciò che si deve intendere per geisha). Il risultato è quasi un trattato sulla seduzione, sul potere erotico e su come questo possa avvalersi di numerosissimi elementi e di minuziosi e quasi impercettibili qualità e atteggiamenti. L’autore ci offre diversi esempi pratici: il guardare dall’alto in basso risulta più conturbante rispetto ad uno sguardo diretto, un viso affilato e più iki di un volto paffuto, le linee verticali sono iki mentre non lo sono quelle orizzontali…e che dire di una pettinatura volutamente naturale, con alcune ciocche che si liberano ribelli? O della nuca, lasciata appena scoperta dal kimono e dai capelli raccolti sulla nuca? Entrambi molto iki. Anche i piedi scoperti sono iki. Naturalmente il troppo esporsi, un vestito che lascia diversi centimetri di pelle scoperta, una bocca carnosa e protesa non sono affatto iki. Il filosofo e scrittore Shūzō ci riporta anche esempi nell’ambito artistico: la dualità nelle costruzioni architettoniche, i colori che l’iki predilige, la musica, la luce. L’iki può essere trovato e percepito in ogni ambito della vita. La parte finale del libro è dedicata alla spiegazione, assai chiara ed esaustiva, dei termini che abbiamo ritrovato nel testo e ciò risulta di grande interesse e utilità, quasi un’esperienza di lettura aggiuntiva. Infine, da segnalare le pagine iniziali a cura di Giovanna Baccini che con immagini poetiche e grande fascino ci racconta la particolare vita di Kuki Shūzō.