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La tavola fiamminga

La tavola fiamminga

Quis necavit equitem? Chi ha ucciso il cavaliere? La scritta è stata abilmente coperta, perché l’originale del quadro di Pieter Van Huys, pittore fiammingo del XV secolo, intitolato La partita di scacchi presenta un soggetto tutt’altro che enigmatico: il padrone di casa, il duca Fernando di Ostemburgo, la consorte, Beatrice di Borgogna, e l’ospite, Roger d’Arras, sono tutti raffigurati rilassati in una stanza molto signorile; i due uomini sono impegnati in un angolo mentre si sfidano in una partita a scacchi, mentre Beatrice è vicino alla finestra e li osserva da lontano. Chi ha giustapposto quella scritta? È chiaro che stonasse in quel contesto, ma perché allora metterla e poi nasconderla? La restauratrice Julia ha le prove che la mano è la stessa di Pieter Van Huys, amico peraltro di Roger, ma l’intento non è ben chiaro: probabilmente attraverso un abile gioco di parole (chi ha catturato il cavallo, ovvero un pezzo degli scacchi) il pittore voleva disseminare indizi sulla paternità dell’omicidio di Roger, avvenuto in circostanze misteriose due anni prima della realizzazione del quadro. Julia è eccitata per la scoperta che rappresenta una nuova e stimolante avventura, assai rara per chi è abituato a lavorare con olii e tele. Per Menchu Roch, amica della restauratrice e gallerista, si tratta sicuramente di una storia che farà crescere vertiginosamente il prezzo del quadro, quando sarà venduto all’asta. Julia trova anche l’appoggio del suo mentore, l’antiquario César, che la sostiene e la spinge a fare luce sul mistero. Ma la chiave è proprio nel gioco degli scacchi, per questo grazie a César recluta lo strano Muñoz, giocatore di scacchi davvero strano dato che è più intento a perdere le partite che a vincerle, più desideroso di umiliare con la sua logica l’avversario che ottenere un facile successo. Il quadro però non solo è testimone di un triste evento, ma si porta dietro un alone di sventura che fa tremare Julia ed i suoi amici…

Arturo Pérez-Reverte costruisce un romanzo sugli scacchi seguendo il modello del romanzo storico di Umberto Eco: tante nozioni, tante intuizioni, tanta ricostruzione, ma tutto attorno ad un falso storico, o meglio ad un verosimile. Non è esistito infatti nessun pittore Van Huys e quindi nessun quadro La partita di scacchi, che costituisce solo il pretesto per ordire un racconto allo stesso tempo colto e avvincente. Il fatto che, a distanza di più di 30 anni dalla pubblicazione dell’originale spagnolo (1990), siamo arrivati alla ennesima edizione per diversi editori dimostra l’interesse dei lettori che possono rivivere l’intero mistero anche nella trasposizione cinematografica del 1994 (Scacco Matto – La tavola fiamminga, con Kate Beckinsale nei panni di Julia). Arturo Pérez-Reverte si diverte ad introdurci il profilo di un pittore mai esistito che colloca nell’area fiamminga, allievo del noto Jan Van Eyck, da cui riprende stile e soggetti; così come è ben costruito il contesto storico, della nascita degli Stati europei e degli scontri per l’indipendenza di ducati e marchesati nel XV secolo. È un romanzo sugli scacchi, sull’arte, sulle persone concepite tutte in contrapposizione fra di loro (Julia e Menchu; Muñoz e Max; Alvaro e César…), per questo è un romanzo denso, vischioso, lento e induttivo. Una vera e propria tela fiamminga, carica di particolari apparentemente ordinari, in realtà incasellati in modo da suggerire significati nascosti differenti, enigmatici e ragionati. Come nella strategia degli scacchi. Come nella vita.