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La Teda

La Teda

Provincia di Reggio Calabria, anno 1945. Filippo cammina assieme ad un gruppo di muratori verso il centro di Terrarossa. Osserva le rocce che reggono le case: gli sembra che siano sul punto di rotolare da un momento all’altro. Quando arriva davanti alla casa del Podestà osserva mastro Gianni seduto sui sedili di cemento davanti ad uno spiazzo che fuma con calma. Il paese è in pendio e di sotto scorre la fiumara. È un uomo sulla cinquantina mastro Gianni, il miglior muratore del paese, ma non sa leggere e scrivere, sa solo mettere la firma. Filippo con tristezza esclama: “Che brutto paese!”. Gli altri muratori attorno a lui non parlano. All’interno della casa il podestà, l’uomo più ricco del luogo, proprietario di decine e decine di vacche capre e maiali, discute col capomastro il prezzo dell’acqua che serve per impastare la calce. Filippo decide di seguire Mastro Gianni, che con la cazzuola in mano gli sembra un musicista. Anche il padre lo sprona ad essere come Gianni, ad imparare il mestiere per divenire un bravo muratore. Oltre a Gianni e a mastro Antonio Filippo nota Costanzo: è quest’ultimo che sa leggere e scrivere, legge pure romanzi accanto al Manuale del muratore. Mastro Antonio invece di romanzi non sa “un cavolo”. Filippo comincia a sentirsi impacciato, per distrarsi si volta a guardare la strada principale del paese e nota le donne che dalla fontana cercano di raggiungere le casupole con l’orcio in testa. Sono scalze, quelle sposate osano alzare gli occhi per salutare i muratori, le ragazze nubili invece incollano gli occhi a terra ed allungano il passo…

Saverio Strati pubblica il romanzo La Teda la prima volta nel 1957 per i tipi della Mondadori. In esergo l’opera contiene una dedica alla memoria di Giacomo Debenedetti in segno evidente di riconoscenza, difatti fu proprio il critico – all’epoca docente di letteratura all’università di Messina – a scoprire le doti narrative di Strati e contribuire alla pubblicazione del romanzo. Il narratore è Filippo, un apprendista muratore di soli quindici anni che in pieno periodo fascista va con un gruppo di adulti in un paese adagiato su un costone di roccia in Aspromonte per contribuire alla costruzione delle case popolari. A Terrarossa per Filippo si realizza quello che in psicologia viene definito “rito di passaggio” e difatti l’adolescente immaturo che percorre le strade del paese con l’ambizione di diventare un bravo “mastro” lascia il posto all’uomo che proprio in quel luogo sperduto della Calabria constata con amarezza la sorte di uomini e donne costretti dall’estrema miseria a vivere in baracche illuminate da torce realizzate con schegge resinose di rami di pino. Il romanzo è pervaso da toni realistici con riflessioni di carattere socio-politico sulle differenze esistenti tra gli individui e sulla drammatica condizione di sfruttamento dei lavoratori negli anni tra dopoguerra e l’avvento del boom economico. A ben vedere, in Calabria non vi fu né il benessere propagandato dal regime fascista, né quello successivo al boom economico degli anni ’60 e dunque La Teda con i suoi personaggi sofferti, analizzati – tramite vivi dialoghi – nella dimensione del quotidiano, appare un’opera di elevato valore sia dal punto di vista storico e sia dal punto di vista etico. L’autore peraltro, nato nel 1924 a S. Agata del Bianco (Reggio Calabria) fu egli stesso manovale e muratore e condivise in prima persona le asprezze della vita dei contadini e dei braccianti dell’entroterra calabrese durante il Novecento. Per le difficoltà economiche della famiglia riuscì a conseguire il diploma liceale all’età di venticinque anni e subito dopo si iscrisse all’Università. Non poteva dunque essere estranea alla sensibilità dell’autore la denuncia sociale. Conclusivamente la “Terrarossa” che l’autore raffigura nel romanzo lungi dall’essere un luogo datato figlio di una realtà superata appare come una delle tante banlieues del pianeta, invivibile come tutte le periferie ma popolata da abitanti che per una ovvia “legge del contrappasso” sono vitali e desiderosi di affrancarsi dall’angoscia del domani.