Quasi tutte le morti si raccontano così: era una giornata come tante altre. Perché la morte non avverte, la morte non dà tempo. Toglie e basta e sul terreno lascia le macerie del rammarico per tutte le parole non dette. Quelle che Philippe avrebbe forse voluto dire al padre, se a quella giornata di un anonimo settembre del 1928 nelle Alpi ne fossero seguite delle altre. Invece no. È bastato uno scivolone sul pietrisco per deviare per sempre il corso di una vita, anzi due. Philippe non può che osservare impotente suo padre mentre precipita giù per la scarpata, rovinando fino al greto di un fiumiciattolo. Corre a prestargli aiuto, ma è troppo tardi. O forse no? Quei momenti fatali in cui si consuma il dramma di un tentativo di soccorso poi seguito dal decesso rimarranno per sempre avvelenati dal sospetto. Le autorità tirolesi impiegano solo qualche ora per decidere di essere di fronte non a un incidente, ma a un omicidio. Philippe, ristretto dalla polizia, rilascia quella dichiarazione che non muterà mai di una virgola per tutto il corso della sua vita: sono innocente. Agli agenti non basta. E non basterà poi nemmeno ai giudici, e nemmeno all’opinione pubblica che con crescente e morboso interesse seguirà il chiassoso processo che negli anni occuperà le prime pagine dei giornali e le pedisseque e sprezzanti chiacchiere da bar. Ma Philippe non è disposto a cedere di un millimetro. Ben consapevole che le accuse a suo carico sono ormai sfuggite dal perimetro della responsabilità individuale per assurgere a processo contro un’intera razza, lui ebreo, esposto al vento impetuoso del crescente antisemitismo. Philippe mantiene la barra dritta e si aggrappa a quella parola che ripete come un mantra: innocente. Non c’è più in gioco solo l’afflizione di un corpo ristretto tra le anguste mura di una cella, ma la libertà e la reputazione dell’anima...

La teoria del salto di Corrado De Rosa racconta in chiave romanzata la sorprendente vita di Philippe Halsman, finito negli anni Trenta al centro di un assurdo e complesso caso giudiziario che gli valse il poco lusinghiero soprannome di “Dreyfus austriaco”. In seguito a un’escursione finita in tragedia, Philippe viene accusato di aver volontariamente spinto il padre giù da una scarpata e di averlo poi finito con crudeltà. Il processo che ne segue, lunghissimo e costellato di svariati ricorsi, si distingue per una quasi totale assenza di prove ma per essere sorretto da un solido quanto ottuso pregiudizio. Philippe è poco empatico, glaciale nelle sue interazioni con giudici e avvocati, razionale e testardo in maniera irritante. Ma soprattutto è ebreo. Nell’Europa - e soprattutto nell’Austria - degli anni Trenta, dove l’antisemitismo è un morbo che ha già iniziato a infettare senza controllo, quello status è più che sufficiente per emettere sicura condanna. Il processo a Halsman migra ben presto dai tribunali fino a coinvolgere comunità intere. Viene discusso nelle piazze e nei pub, tra i banchi dei parlamenti e nelle lettere delle più influenti e importanti menti del secolo, da Albert Einstein a Thomas Mann. Philippe continua a professare la propria innocenza anche di fronte alle preghiere dei suoi avvocati, che con senso pratico arrivano a suggerirgli la strada dell’incapacità mentale per sottrarsi da un ginepraio giuridico ormai troppo aggrovigliato per sperare che un giudice possa trovarne il filo. Philippe rifiuta recisamente questa impostazione, anche di fronte all’intervento del più autorevole degli attori, Sigmund Freud, compulsato ufficialmente sulle conseguenze di Edipo nelle vicende umane. Corrado De Rosa è uno psichiatra che ha scritto molto su come il concetto di malattia mentale possa essere usato come via di fuga dalla condanna penale, e ciò ha nella vicenda di Halsman un ruolo importante. La teoria del salto è comunque prima di tutto un romanzo ben raccontato, con uno stile alla McGrath che tiene insieme reale e assurdo e una trama incalzante che fonde rigore storico a digressione su grandi temi come follia, ingiustizia, odio razziale. A chiosa di tutto c’è poi il sorprendente finale, che ben possiamo spoilerare in quanto noto ai più, della nuova vita di Halsman. Lasciatosi alle spalle la vicenda giudiziaria emigra negli Stati Uniti, modifica di poco il nome di battesimo e diviene in poco tempo uno dei più importanti e distinguibili fotografi americani. Il suo marchio di fabbrica è proprio l’applicazione di quella teoria del salto che De Rosa usa come titolo per il suo libro, e che ha consegnato alla storia alcune delle più celebri fotografie di personalità come Salvador Dalì o Marilyn Monroe, contribuendo a fissarne l’immortalità.