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La terra dei figli

La terra dei figli

Dopo la fine, nella terra dei figli restano solo suoni essenziali, la sintassi è ridotta così all’osso da zoppicare, la lingua è regredita allo stato primordiale, è gutturale, parlata. Incontriamo i figli: due fratelli soli, cresciuti a legnate da un padre burbero, che ha volutamente taciuto loro quello che il mondo è stato, ma che usa lo strumento della scrittura per raccontarlo sui fogli di un diario che riempie ogni sera. Un susseguirsi di pagine e pagine incomprensibili a Lino e suo fratello, che resterà l’unica testimonianza della vita com’era prima e la trascrizione emotiva dell’ora che il padre si ostina a tacere: l’umanità che un tempo popolava il pianeta Terra, ora frantumata e sfaldata. Le maglie della rete sono ridotte a brandelli. Gli ambienti rarefatti e post-apocalittici attraverso i quali i personaggi si muovono sono palcoscenico perfetto in cui va in scena ciò che viene dopo la fine della società occidentale: un susseguirsi di quotidianità dove è normale ammazzare un cane per mangiarlo e per scambiarne la pelle per tre pannocchie. Dove è strategico continuare rigorosamente a tacere di quel tempo quando i cani stavano sui tappeti accanto ai divani, tacere per rendere più tollerabile quell’oggi senza speranza, popolato da rari umani abbrutiti a cui appare negata ogni possibilità di cambiamento, evoluzione…

La terra dei figli è l’ultima attesa opera di Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti. È una storia post-apocalittica; non una novità, dunque, nel suo impianto narrativo. Raccontata da dialoghi, dal tempo che fluisce, da segni scarni, da un’alternanza di pieno e vuoto, di senso e non senso. Narrata da un disegno povero, denso ed espressivo. La terra dei figli è una storia in cui il lettore ha le stesse conoscenze dei personaggi e per questo arriva ad un’esperienza di identificazione assoluta con i protagonisti. Ma non è questo l’unico trucco. Il 23 febbraio 2016, a gestazione avviata, prepotentemente si affacciavano, per definirsi, le regole del gioco. E l’autore ne scriveva su Facebook: “Non usare la voce narrante. Non usare il colore. Tutte le pagine devono avere la stessa gabbia. Non mettere mai più di un periodo di testo per balloon. Se un personaggio fa un gesto, fai una vignetta per quel gesto. Ricorda i tempi naturali nei dialoghi. Se serve una pausa, fai una vignetta vuota. Non spiegare niente. Ricorda e disegna il ciclo naturale giorno/notte. Rispetta il sole cocente, come la pioggia. Non fare balloon con i pensieri dei personaggi. Ti vergogneresti per sempre, dopo. Se un personaggio pensa una cosa, fai una vignetta muta per quel pensiero. Non usare indicazioni come “intanto”, “il giorno dopo” ecc. Siamo nel 2016. Se devi indicare un'ellissi temporale, trova il modo, con il disegno di farlo capire. Se fai uno spiegone in un balloon, dopo, sparati. Rispetta i personaggi. Non fargli mai fare o dire cose che loro non vorrebbero fare o dire. Nessuno ti ama abbastanza, quindi rendi la lettura la più semplice possibile. Quando sei stanco, fai un’altra tavola”. Un susseguirsi di regole ferree alle quali Gipi resta fedele per tutta la storia, deponendo gli acquerelli in favore di un segno abbondantemente sgraziato, violentemente poetico: “C’è più di me stesso, perché ci ho messo più ore”. Unica nota stonata al capolavoro annunciato è cominciare a leggere, muovendosi attraverso scenari struggenti e familiari che sembrano l’unica incarnazione grafica possibile per le atmosfere de La strada di Cormac McCarthy, salvo poi capire che tutto è cominciato da questo video: GAIA - Il futuro della politica: NWO. E ritrovarsi in quel mondo triste e mediocre (magistralmente rappresentato, intendiamoci) nel suo essere apocalisse. La magia è rotta, ma lo straniamento è fatto. Nessuna possibilità di evadere con questa storia, ma il piacere di vedere Gipi sperimentare e riuscire a mettere su carta la sua bella testa pensante. Sempre sia lodato, dunque, il dio fiko.