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La terra del grano nero

La terra del grano nero

Fino a quando non arriva sul binario del treno, del compagno di missione Michail Ivanovic Salomov, trentenne maggiore della polizia militare russa, la temuta OGPU, conosce soltanto cognome e grado: tenente Gromov. Ha dovuto accettare una missione molto insidiosa: andare in Ucraìna e ripercorrere le ultime tracce dello scomparso tenente Bogdan Adreievic Kozlov. Da anni Stalin ha intrapreso una dura repressione dei kulaki ucraìni, oppositori strenui della politica di collettivizzazione dei terreni agricoli: per controllare che tutto vada per il verso giusto è necessario un presidio della polizia russa, a controllo della stessa polizia locale, spesso corrotta e connivente con i kulaki. Ma del tenente Kozlov, mandato da Mosca a supervisionare il progetto di collettivizzazione, da qualche settimana non si hanno tracce, per questo Salomov, messosi in mostra in quindici anni di servizio impeccabile per la polizia russa, ha il difficile compito di indagare e scoprire se si tratta di una criminale scomparsa o se invece è una fuga strategica al seguito di qualche ballerina di New York. Sono bastate poche parole per indirizzare Salomov, di origini contadine e di poche parole, verso una missione da cui dipende il futuro del socialismo sovietico. Ad accompagnarlo nel viaggio il tenente Gromov, Ljudmila Ivanova Gromov, una biondissima donna russa dallo sguardo glaciale e dai sentimenti imperturbabili, molto formale e diffidente. Il viaggio in treno permette ai due poliziotti di conoscersi meglio e il velo di pregiudizio sembra calare piano piano: entrambi hanno ben presenti le difficoltà a cui stanno per andare incontro, entrambi hanno chiara l’importanza della loro delicata missione, entrambi sono pronti a sacrificarsi per la Grande Madre Russia. Il loro legame si rinsalda dopo l’arrivo nell’inospitale Ucraìna: il paesaggio è un deserto di miseria, una distesa di campi brulli ed inospitali. Niente a che vedere con le campagne nei dintorni di Mosca e Stalingrado. Non ci sono fattorie, ma fatiscenti casolari abitati da corpi dalle sembianze umane, scavati dalla fame e dalla miseria. Questo è il grande progetto del socialismo sovietico? Man mano che le loro indagini affondano negli abissi di quel terrore, le loro certezze vacillano ed i loro pensieri si fanno più pesanti...

Con il termine holomodor gli ucraìni chiamano il periodo di carestia e “morte di fame” che Iosif Stalin impose ai kulaki, “contadini ribelli”, in Ucraìna durante il periodo della collettivizzazione dei primi anni Trenta del ventesimo secolo: un’operazione di rieducazione politica e sociale che nel 2008 il Parlamento Europeo non esitò a definire “crimine contro l’umanità”. Il romanzo di Ruggero D’Alessandro, breve, intenso, crudo, è di notevole attualità perché scava fino alle radici dei contrasti fra la Russia e l’Ucraìna: non c’è leggerezza nel racconto, anche quando esita ed insiste fra i pensieri dei due poliziotti che mostrano fin da subito una forte attrazione fisica ed una forte affinità di pensiero. C’è invece un percorso di progressiva consapevolezza che porta i due protagonisti a rivedere le loro posizioni ed a mettere in discussione tutto ciò per cui avevano vissuto e servito il loro paese. Pur nella sua semplice brevità e forse anche nel finale prevedibile, il romanzo-saggio è godibilissimo e permette, anche al di fuori del contesto storico nel quale è situato e dal quale non parrebbe potersi distaccare, di fissare un principio universale di vita: la realtà, nella quale siamo stati abituati a vivere e di cui ci nutriamo, è spesso diversa da quella che si vuole far credere, perché ammantata di falsa propaganda.