Dicembre 1962. Il dottor Eric Parry, trentasei anni, ha terminato il suo giro di visite domiciliari. Dopo aver incrociato Bill Simmons, il suo vicino di casa, a bordo della sua Citroën ID bleu nuage ha visto la signora Tallis, maestra cinquantaseienne, vedova, a cui - dopo essersi consultato con Gabby Miklos, il medico con più esperienza dell’ambulatorio - ha diagnosticato una polimialgia reumatica. Il successo della terapia con prednisolone ha confermato la diagnosi. Poi ha visto Peter Gurney, che ha lavorato come caposquadra in una cava. Ha solo trentotto anni, due più di lui, e adesso è a letto, in stadio terminale. A Peter prescrive regolarmente dosi importanti di diamorfina, un analogo dell’eroina, per non farlo impazzire dal dolore. Il vecchio farmacista ha storto il naso davanti a tutte quelle prescrizioni, ma Eric ha tirato dritto. Ora è la stessa signora Gurney a occuparsi delle iniezioni. Infine, ha fatto la sua ultima visita al complesso residenziale. Ha visitato la piccola Paula, con una brutta tonsillite. In casa ha trovato accanto a lei Julie, la sua sorellastra più grande. Le ha fatto la ricetta per la penicillina, ha lasciato due compresse di aspirina e ha spiegato a Julie come somministrarla, e le ha dato un po’ di soldi perché riuscisse a comprare due barattoli di minestra e una vaschetta di gelato. La nebbia è stata una presenza costante nel corso della mattina. All’inizio più fitta, poi più alta, trasformata in foschia. Ha sentito alla radio che Londra è immersa in una cappa di smog, e che la situazione è in peggioramento. Per un attimo ha ripensato al fatto di aver rinunciato a ogni tentativo di lavorare nella capitale. Nessuna raccomandazione, l’accento delle Midlands che ne tradiva le origini provinciali: non avrebbe avuto alcuna possibilità concreta di carriera. E poi gli sarebbe toccato andare ogni fine settimana con sua moglie, Irene, dai genitori di lei, impegnato in chiacchiere di cortesia sulla difficoltà di trovare camerieri e giardinieri dopo la guerra. Irene si è adattata al ruolo di casalinga, moglie del medico di campagna, pensa lui. Allontanarsi dai genitori le ha giovato. Per un po’ è stata più gioviale, più sicura di sé. Più somigliante a sua sorella, Veronica. Poi qualcosa è cambiato. Eric Parry è tornato in ambulatorio. Scorre la posta che la signora Bolt, la sua segretaria, gli ha lasciato sulla scrivania: la copia settimanale del “Lancet”, un paio di pubblicità di aziende farmaceutiche. In fondo trova la busta con il suo nome e il suo indirizzo vergati con l’inchiostro blu. Dentro trova un foglio di carta filigranata e intestata, da cui gli sembra di percepire un profumo. Lei gli scrive che ha appena fatto il bagno, che indossa solo il kimono di seta con i gigli, che il tessuto la sfiora in un modo da farle avvertire il desiderio di averlo lì, con lei…

Andrew Miller (http://www.andrewmillerwriter.com), classe 1960, inglese, nativo di Bristol, si è formato alla University of East Anglia e alla Lancaster University, ove ha conseguito un PhD in scrittura critica e creativa. Il talento del dolore è il romanzo con cui esordisce nel 1997, aggiudicandosi l’International IMPAC Dublin Literary Award e il premio Grinzane Cavour per la letteratura in lingua straniera. La terra d’inverno si è aggiudicato nel 2025 il premio Winston Graham (dedicato alla memoria dell’autore della famosa saga di Poldark) e il prestigioso Walter Scott Prize for Historical Fiction, conferitogli con queste parole: “da vero maestro artigiano, Andrew Miller ha dipinto grandi temi su una tela sottile ricca di piccoli dettagli. Con rara e delicata abilità, La terra d’inverno svela le vite di Bill e Rita, Eric e Irene in modi che risuoneranno in modo diverso per ogni lettore e risuoneranno ancora in modo differente ad ogni rilettura”. La cornice del libro è l’inverno tra il 1962 e il 1963, ricordato in Gran Bretagna come The Big Freeze, caratterizzato da temperature bassissime (a gennaio 1963 fu registrata una temperatura media di -2,1°C), nevicate intense e bufere di neve che danneggiarono le linee elettriche, interruppero le vie di comunicazione, isolarono paesi e comunità. La lente dello scrittore si ferma su due coppie che abitano due case vicine: quattro protagonisti, due uomini, due donne, sullo sfondo della campagna inglese del Somerset. Le donne entrambe incinte, entrambe casalinghe. Irene, di buona famiglia, si è lasciata alle spalle Londra per seguire Eric, che ha accettato un lavoro da medico condotto; Rita, con un passato forse equivoco come intrattenitrice in un locale della zona, lavorava in un’agenzia immobiliare quando ha incontrato Bill, ricco rampollo in fuga dagli affari loschi del padre, e gli ha venduto la fattoria che ora mandano avanti, con fatica. Sullo sfondo della provincia inglese nei primi anni Sessanta, restano ancora vivi gli echi del secondo conflitto mondiale, e dei suoi orrori. La nebbia, pervasiva, elemento costante nei capitoli iniziali, introduce un’atmosfera in cui le parole pronunciate dai quattro personaggi riflettono solo in minima parte i loro percorsi interiori. Una distanza emotiva che troverà compiutezza metaforica nel gelo del Big Freeze, emblema della incapacità di ciascuno di avvicinarsi davvero ai percorsi dell’altro. Il cuore del romanzo, reso anche grazie a una narrazione ricca di dettagli, che procede in modo lento e che alcuni lettori potrebbero trovare faticosa, attraverso il dipanarsi dei flussi di pensieri e delle interazioni quotidiane tra i protagonisti, nei piccoli gesti minuziosamente descritti, è dunque rappresentato dal tema della incomunicabilità, radice da cui ogni cosa discende: la solitudine, l’incapacità di avvicinarsi alla vita intima dell’altro, di percepire il male inflitto. I due personaggi femminili risultano straordinariamente ben caratterizzati: Irene, la moglie del medico di campagna Eric, e Rita, la moglie di Bill, il ricco erede che ha cercato di sfuggire all’attrazione gravitazionale di un padre dai trascorsi opachi trasferendosi in campagna. Entrambe incinte, entrambe casalinghe in un contesto rurale, Irene si interessa di aspetti sociali (legge Proletariato e industria culturale, di Richard Hoggart), Rita legge romanzi di fantascienza, in bilico tra sensibilità e un disagio mentale con cui combatte una silenziosa battaglia. Ciascuna è prigioniera di una vita di isolamento che fa risuonare nella mente del lettore la “quiet desperation alla maniera inglese” cantata dai Pink Floyd in Time, eppure entrambe appaiono nutrire una vivacità emotiva e intellettuale che nessuno dei due mariti sembra in grado di cogliere e che le porterà a stringere tra loro una silenziosa alleanza. Pur preannunciato da minimi indizi disseminati con attenzione tra le pagine, mantenendo una precisa armonia con il testo, il finale weird sorprende e lascia il lettore alle prese con un affascinante, insolubile enigma.