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La terra promessa

La terra promessa

Che ne pensa Dio del ritrovarsi stranieri? Riuscirà mai a perdonarla per avere lei lasciato le sue radici, la sua casa, la sua terra? Cosa c’è scritto nella Bibbia di queste cose? Sono le tre domande che Jole rivolge al sacerdote nell’intimità del confessionale. Perché lei, ventitré anni e migrante, si sente povera e ignorante. “Quel poco che so - ammette - me l’hanno insegnato i miei genitori, le montagne e il lungo viaggio che ho dovuto fare per arrivare qui”. Paziente don Diego riconosce in lei il senso di colpa di chi lascia la propria terra e spiega alla giovane donna che la Bibbia non è altro che una storia di migrazioni, perché la storia ha imposto al popolo ebraico di uscire dai confini e al Messia di superare le frontiere religiose. Un attimo di pausa per capire se Jole afferra il senso del discorso e poi don Diego riprende: “Il cristianesimo è storia di nomadismo, di passaggio di confini, di superamento di frontiere”. E quando Jole lascia a intendere che non coglie a pieno il significato di quelle parole il sacerdote incalza: “Vuol dire cercare di perfezionarsi moralmente, migliorarsi. E a volte il viaggio morale è accompagnato anche da un viaggio fisico”. La Jole tira su col naso e sbotta: “A volte, però, penso che ho sbagliato ad andarmene… O è solo malinconia”. Ma don Diego la conforta: “Pensi che davvero Dio non perdoni il fatto di avere lasciato la tua terra per essere stata povera e affamata?”…

È un’avventura epica quella che sul finire dell’Ottocento conduce Jole e Sergio, 20 anni l’una e 12 il fratello, nelle ‘Meriche in uno straordinario viaggio volto al centro dell’esistenza umana, a sondare il mistero profondo, in parte doloroso ma anche salvifico, che accompagna da millenni le migrazioni degli uomini. Siamo al culmine della trilogia della patria avviata da Righetto con L’anima della frontiera (2017) e proseguita con L’ultima patria (2018) e i due figli di Augusto e Agnese De Boer coltivatori di tabacco in Val Brenta vanno in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo. Nel cuore della protagonista quei sentimenti di malinconia e di nostalgia che trasfigurano l’itinerario in treno fino a Genova e il lungo viaggio a bordo della San Cristofaro fino a Tampico (Messico) in una moderna versione dell’addio ai monti di manzoniana memoria: qui le sponde del lago di Como cedono il passo al Massiccio del Grappa e alle montagne dell’altopiano di Asiago. Da faro e bussola gli insegnamenti dei genitori, perché a Jole non sfugge l’alito del respiro universale che papà Augusto le ha insegnato a riconoscere e lei sa bene che nella vita bisogna andare dove il destino chiama giacché nulla accade mai per caso come le aveva spiegato la madre. Il lettore che giungerà al termine dell’avventura apprezzerà molto, come un’apoteosi, il lungo “credo” finale di Jole: “Credo nelle mie mani, che hanno toccato ciò che ho visto, e nei miei piedi, che hanno camminato per il mondo. Credo nei giusti, ovunque si trovino. Credo in chi non smette di crederci. Credo nelle mie patrie, senza confini. Credo nella grazia del perdono. Credo nei miei ventitré anni e nella mia maternità. In tutto questo io credo, e in molte altre cose”. Epico quasi come il finale di Rossella O’Hara.