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La torre

latorre

Vedere intorno a sé stessi soltanto la giovinezza lodata nella sua magnificenza, ma nessuno accetta di conoscere la vecchiaia, nessuno ammette che l’unico aspetto dell’uomo che non si deteriora è il frutto della sua creatività, che vive oltre la morte. Il mondo sembra uno spazio aperto solo ai giovani “Un uomo anziano è ben misera cosa, un lacero / cappotto su un bastone.” Per raggiungere la bellezza dell’arte e l’eternità della conoscenza l’unico modo è fuggire, imbarcarsi per Bisanzio, abbandonare le spoglie mortali nel desiderio di essere parte delle preziose decorazioni d’oro, che hanno intrattenuto con la loro eterna bellezza gli imperatori… Salire sulla torre e osservare il creato dall’alto. Sentire la vecchiaia su di sé come se fosse un abito, chiedersi cosa si debba fare per accettare “L’età decrepita che mi è stata legata / come alla coda d’un cane?” Così sovvengono alla memoria i ricordi della giovinezza, quando il poeta ancora ragazzo in estate andava a pescare per tutto il giorno; quando sentiva lodare la grazia e la bellezza di una giovane contadina da un gruppo di ubriaconi e una sera uno di loro finì annegato nello stagno; quando a casa di Mrs French vide un servo tagliare le orecchie a un fattore insolente, intuendo il desiderio della sua signora. Il poeta vorrebbe vedere passare adesso dentro la torre tutte le persone che l’hanno conosciuta in passato, perché sente la consapevolezza della morte, ma spera anche nella resurrezione… La natura può scorrere in modo spontaneo, assumendo “… qualunque forma voglia / e mai abbassarsi a una forma meccanica / o servile …” E il sogno è lo stimolo della poesia, anche Omero ha scritto sotto l’impulso del sogno e della natura; era un uomo “aspro e violento” come tutti gli artisti che hanno dato un volto alla bellezza. Ma veramente hanno importanza le grandi opere realizzate dall’uomo, che ci manifestano la grazia, ma anche la nostra amarezza? Una casa abbandonata a sé stessa, il terreno sassoso dove può crescere una rosa delicata, “… antichi olmi screpolati, innumerevoli pruni…” È la casa del poeta, che lui ha voluto costruire nell’ombra e nell’isolamento per ricordare a chi gli succederà “… vari emblemi dell’avversità”…

La poesia di Yeats ha un registro prettamente narrativo, aspetto che si accentua passando dalla versione originale – che mantiene una certa musicalità – alla traduzione, dove i versi diventano prosastici. E attraverso questa prosa in versi l’autore racconta le sue indecisioni e le sue sofferenze, in una visione cupa della realtà che però riceve luce e calore dalla poesia. Ci sono toni di biasimo per la natura umana per tutti i suoi limiti, a iniziare da un comportamento stereotipato che spinge la massa a compiere il destino previsto, che include anche ogni forma di conflitto bellico. Emerge quanto sia crudele e distruttivo lo scorrere del tempo, cataclisma che ci colpisce giorno dopo giorno inesorabilmente. Una poesia in cui prevale il pessimismo, solo la riflessione dell’autore o in generale dell’intellettuale si discosta dalla negatività, allora la solitudine diviene una condizione di superiorità nella totale estraneazione. È Yeats, che guarda il mondo dall’alto della torre e non sempre se ne compiace. I concetti strofa dopo strofa, componimento dopo componimento, si susseguono in modo incalzante, come le conte dei bambini, anche se non hanno il loro ritmo marcato, e di frequente a una prima lettura sembrano prive di un ordine logico, ma non è così: a sua volta le conte dei bambini ricordano le formule magiche, ed ecco che torna il legame di Yeats con la magia. Come ha ricordato Carlo Lapucci in Magia e poesia (Graphe, 2022) gli autori, anche prima di Dante, hanno spesso tratto ispirazione dalle arti esoteriche; nel XIX secolo la scuola che aveva in Yeats un valido esponente si poteva contrapporre alla tradizione dei poeti maledetti francesi e agli scapigliati milanesi che trovavano ispirazione nell’alcool e nella droga. L’opera del premio Nobel irlandese ha richiamato l’attenzione dei maggiori autori a lui contemporanei. Secondo Eliot esistono due tipi di poesia: la produzione dell’artigiano della parola, abile nell’accostare i termini, e quella del vero artista. “Yeats, dopo essere stato un artista artigianale del primo tipo, è diventato un grande poeta del secondo. Non è però che egli sia diventato un uomo diverso…” è quanto affermò Eliot in una conferenza all’Abbey Theatre di Dublino nel 1940. “Yeats, pur conservando, fino all’ultimo, una concezione di stile tipica degli anni intorno al 1890, imparò ad usare, ai fini dello stile, un lessico molto più ricco…” secondo quanto scrisse Arthur Mizener nell’articolo Il Romanticismo di W. B. Yeats, uscito sul numero 7 del 1942 della “Southern Review”.