All’inizio della primavera del nuovo millennio, in un cantiere navale affacciato su una valle allagata raggiunta dalle maree, una giovane donna di nome Maud lavora sul ponte di una barca montata su trampoli a sei metri da terra. Cammina all’indietro lentamente, piegata in due, con un ramaiolo nella mano sinistra e un barattolo di pece bollente nella destra: sta calafatando le commessure del ponte, riempite il giorno precedente di stoppa con mazzuolo e scalpello, facendo colare un sottile nastro di pece bollente nelle fessure. L’albero è stato tolto e tutto il sartiame smontato per darle libertà di movimento. Sotto lo scafo d’acciaio della barca lavora Tim, il cui vero nome è Henley, giovane alto dagli occhi azzurri e dai capelli biondi che cominciano già a diradarsi. Sta immergendo bulloni nella vernice bianca e canticchiando tra sé. Tim e Maud sono entrambi soci del circolo velistico universitario; gli altri due compagni che erano venuti con loro al cantiere sono ripartiti per Bristol, e Tim suppone che lo abbiano fatto per lasciare a loro due un po’ di intimità, dato che tra lui e Maud c’è una questione sentimentale ancora irrisolta. Tim grida verso il ponte il nome di Maud, senza ricevere risposta, e sorride. Pensa a lei: alla schiettezza del suo sguardo bruno, ai capelli corti e ricci, alle lettere tatuate sull’interno dell’avambraccio sinistro, all’accento del Wiltshire nella sua voce, ai suoi piccoli seni sodi. Ricorda il soprassalto che ha sentito il giorno prima vedendo due centimetri di pelle nuda sopra la cinta dei suoi jeans. A un certo punto, nell’aria si produce un movimento — un guizzo d’ombra — che Tim percepisce alla periferia della vista prima ancora di elaborarlo come evento reale. Abbassa lo sguardo e vede il ramaiolo sul terreno, con la pece che sgocciola dall’imboccatura. Maud è riversa sulla schiena sui mattoni sbriciolati, le braccia sopra la testa, gli occhi chiusi, una scarpa ai piedi e l’altra volata via. È caduta dal ponte. Tim è paralizzato dallo spavento, si prende il viso tra le mani e sussurra il suo nome, poi altre parole. Poi Maud apre gli occhi, si alza a sedere e, dopo qualche istante, si rimette faticosamente in piedi. Compie dodici o quindici passi — piede nudo, piede vestito — e poi crolla di nuovo a faccia in giù. Il saldatore che lavorava fuori dalla rimessa, che ha visto tutto dall’affumicatura degli occhiali da lavoro, alza gli occhiali sulla fronte e corre verso di lei. Si inginocchia accanto alla testa di Maud, le sussurra qualcosa e le controlla il polso sul collo. Arrivano anche altri: l’uomo in giacca e cravatta che fumava davanti agli uffici, altri operai in tuta rossa, la donna del porticciolo turistico, qualcuno sceso da una barca lungo il pontile. Un campanello suona stridulo e continuo. La donna del porticciolo ripete più volte di aver chiamato i servizi di emergenza. Tim rimane inchiodato a cinque metri dalla scena: gli altri lo notano, aggrottano la fronte, e tornano a guardare Maud. L’ambulanza arriva dopo aver attraversato il fiume. I paramedici immobilizzano il collo di Maud con una fascia rigida, poi la rivoltano con estrema cautela. Uno di loro fa sedere Tim sul gradino dell’ambulanza e gli spiega che è in stato di choc ma che Maud, tutto sommato, se l’è cavata bene. La portano in elicottero all’ospedale di Plymouth, dove arriva in meno di mezz’ora. Tim raggiunge Plymouth in macchina verso sera. Fatica a trovare il pronto soccorso e resta per qualche minuto sulla soglia del reparto di urologia prima che un portantino lo indirizzi. Al banco dell’astanteria una donna gli nega informazioni perché non è un parente. Dopo mezz’ora di attesa sulla panca rossa della sala d’aspetto, si ripresenta e trova una seconda infermiera più disponibile, che telefona al reparto e lo informa che Maud sta bene. Maud rimane in ospedale tre notti: la prima in terapia intensiva, poi in osservazione in un reparto dell’ala vecchia dell’edificio, dove dalle finestre non si vede il mare ma si vede la sua luce. I genitori di Maud arrivano da Swindon — sono entrambi insegnanti — e portano dolci e riviste. La madre la chiama Maudy, il padre si pulisce nervosamente gli occhiali. Maud si addormenta mentre parla con loro. Al momento delle dimissioni, Maud ha una gamba ingessata e due stampelle. Tim, che ha trascorso le tre notti in un albergo vicino al porto, la riporta in macchina a Bristol. Durante il viaggio Maud è silenziosa. Tim le chiede se vuole la radio, se stia comoda, se abbia dolori, se ricordi qualcosa...

Il settimo romanzo di Andrew Miller (quinto ad essere tradotto in italiano) segna nel 2015 una svolta stilistica e tematica rispetto alla produzione precedente: abbandonato il terreno del romanzo storico, lo scrittore britannico infatti ambienta nel presente “un romanzo d’avventura con sfumature esistenziali”, come lo ha definito il “New York Times”. La vicenda parte da Bristol, luogo di nascita di Miller, con una scena ad alto tasso di densità simbolica: il camminare a ritroso di Maud Stamp è già infatti segnale di un’alterità rispetto alle convenzioni sociali. Poco dopo, la protagonista precipita da un’imbarcazione in rimessaggio, e la sua caduta — seguita da una resurrezione apparente — cambia la sua vita e quella di Tim Rathbone, che assiste alla scena, raggiunge la ragazza in ospedale e diventa presto il suo compagno. In questa prima parte del libro, dominata da un realismo sobrio e tagliente, si assiste alla formazione e alla progressiva crisi della coppia. Maud e Tim sono caratteri antitetici: lui aperto, caldo e passionale; lei autosufficiente e imperscrutabile, che non si apre con nessuno. Sul suo avambraccio sinistro campeggia il tatuaggio “Sauve Qui Peut” — ognuno per sé: motto che funziona da epigrafe morale dell’intero romanzo. Dopo la laurea in biologia, Maud lavora in un’azienda farmaceutica con l’incarico, ironico, di supervisionare la sperimentazione di un potente analgesico. Nasce una figlia, Zoe; Tim, finanziato dai genitori abbienti, si occupa della bambina mentre Maud continua a lavorare con ritmi intensi. La seconda parte de La traversata è segnata da una tragedia inaspettata: Zoe muore in un incidente stradale, e Tim era alla guida. La famiglia Rathbone addossa la colpa a Maud, che era al lavoro. La risposta di Maud al lutto è sconcertante per chi la circonda: la sua calma stoica, lungi dall’essere letta come forza, viene percepita come indifferenza mostruosa. La terza e ultima parte del romanzo è quella della traversata oceanica: Maud salpa sola a bordo del “Lodestar”, un Nicholson 32 da trentadue piedi, e affronta l’Atlantico in una navigazione solitaria che dura cinquanta giorni, culminando in una tempesta devastante e in un approdo quasi onirico sulla costa brasiliana. La prosa di Miller è asciutta eppure lirica, minimale eppure evocativa, ridotta all’essenziale eppure ricca di dettagli. Ma è il personaggio di Maud il centro gravitazionale del romanzo e la scommessa più ardita di Miller. Maud è, nella sostanza, un enigma: è una scienziata fredda e concentrata sulle interazioni chimiche piuttosto che umane? Ha la sindrome di Asperger? O cela un dolore profondo e indicibile? Il lettore non può fare a meno di interrogarsi su questa frattura interpretativa. È degno di nota come Miller stesso, in una intervista al “Guardian”, parlando della genesi del romanzo abbia dichiarato che la sua unica ambizione per il libro era “that it should be hard to close down on, hard to precis” — ossia che fosse difficile archiviarlo mentalmente e altrettanto difficile sintetizzarlo. Affermazione che rispecchia fedelmente la natura elusiva dell’opera. Il tema del dolore indicibile — o meglio della sua refrattarietà alla narrazione — già percorre trasversalmente l’intera opera milleriana. L’autore sembra tornare ossessivamente alla stessa domanda: cos’è l’umanità, se non la capacità di sentire? La sezione centrale del romanzo — la navigazione solitaria attraverso l’Atlantico — è al tempo stesso il segmento più ammirato e più controverso del libro. Il viaggio marino funziona come terapia, uno spazio vitale al di fuori del commercio umano; il “Lodestar” diventa il correlativo oggettivo di una soggettività in fuga non solo dalla perdita, ma dalla stessa possibilità di essere definita dagli altri. Tra realismo domestico e odissea simbolica, La traversata è un romanzo che sfida il lettore a rinunciare alle certezze interpretative e a navigare, come la sua protagonista, in acque non segnate sulle carte nautiche.