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La valle dei banditi

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Arthur Jelling, impiegato presso l’archivio della polizia di Boston, è una persona mite ma con un grande fiuto per i misteri. Un bel giorno, mentre Jelling è di turno, arriva in commissariato un tale Raffe Ross, che racconta una storia molto particolare: suo padre, Anthony Ross, era stato sospettato di aver ucciso la moglie ma poi scagionato da tutte le accuse. Sempre il padre ha vissuto gran parte della sua vita in una valle denominata FortRand: un luogo verdeggiante in mezzo ad un deserto di pietre dove vivono nove famiglie guidate da altrettanti capifamiglia. Era stato cacciato da là però perché la comunità non poteva accettare un presunto assassino in mezzo a loro, poiché tutti nella valle seguono i dettami di un credo religioso in maniera fanatica e non sono disposti in nessun caso ad accogliere criminali, diversi o qualsiasi genere di ribelli. Anthony Ross ha raccontato tutto questo in punto di morte dicendo al figlio di non tornare mai alla proprietà di FortRand, ma Raffe è tornato, ha sistemato la casa assieme alla moglie e pensava che ormai avrebbe vissuto felice in quel luogo per molti anni. Purtroppo, però, gli sono arrivate numerose minacce di morte che gli annunciano, senza sconti, che lui verrà ucciso da un membro della comunità entro il 26 maggio. Jelling, dopo aver ascoltato tutto questo, decide di partire per quest’oasi sperduta e di iniziare le indagini. L’odio indiscriminato e privo di senso della comunità, però, continua e sembra crescere di giorno in giorno...

La valle dei banditi è un giallo molto contorto, un episodio inedito della serie di Arthur Jelling, la prima occasione in cui Giorgio Scerbanenco, all’alba degli anni Quaranta, si misurò con il giallo e il noir che lo avrebbero negli anni successivi reso celebre. Pubblicato postumo dalla figlia Cecilia, a tratti si allontana molto dai romanzi che ci hanno fatto amare lo scrittore. Arthur Jelling lo conosciamo: non ha niente di coraggioso o eroico, anzi è proprio un antieroe ma così fermo nelle sue decisioni e intuitivo nelle sue intuizioni investigative da risultare davvero un personaggio ben costruito e credibile con le sue contraddizioni. Ma qui lo stile è quasi naif, poco più che un canovaccio (e infatti Scerbanenco non lo aveva proposto a nessun editore, all’epoca): nonostante la semplicità della scrittura, l’intreccio è molto complicato soprattutto nella sua risoluzione ma l’autore ha la capacità di costruire un climax angoscioso che crea suspence e porta al colpo di scena finale senza lasciarla scemare. Il contrasto tra le mente illuminata, la cultura e l’intelligenza di Jelling e la filosofia medievale dei capifamiglia della comunità ha la capacità di far ragionare il lettore sul potere dei fanatismi religiosi e sulla chiusura delle comunità ristrette, poiché più è piccola la comunità più ogni individuo all’interno, per mantenere un certo status sociale, diventa disposto a qualsiasi bassezza. Nel complesso, un giallo asciutto, particolare per i temi che tratta e per la soluzione finale che, diversamente dai libri gialli più scontati, lascia l’amaro in bocca tipico delle storie che funzionano.